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Debito tra discrezionalità e rigore

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architetture europee

Debito tra discrezionalità e rigore

L’ex ministro delle Finanze tedesco,  Wolfgang Schäuble (Afp)
L’ex ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble (Afp)

All’Ecofin di ottobre è circolato un non-documento (“Non-paper for paving the way towards a Stability Union”) che è stato interpretato dalla stampa come un regalo d’addio di Wolfang Schäuble, il potente ex ministro delle Finanze tedesco. Qualunque sia la genesi del documento (non firmato), esso rappresenta una sintesi di molte delle tesi sviluppate in ambito tedesco sugli sviluppi possibili dell’area-euro. Va dunque letto con attenzione, per decidere cosa è accettabile e cosa non lo è, soprattutto per noi italiani.

La prima proposta del non-documento prevede la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) in un Fondo monetario europeo (Fme) a cui attribuire anche l’attività di prevenzione delle crisi. Può essere una buona idea. Al momento, l’Esm interviene solo in situazioni di ultima istanza, quando un Paese ha perso, o sta per perdere, l’accesso ai mercati. Consentire all’Esm di offrire altre forme di sostegno in itinere, per evitare l’insorgere di crisi finanziarie, può renderlo più utile, purché sia rivista anche la governance del Fondo, al momento vincolata dall’obbligo della unanimità dei Paesi.

Al contrario, la seconda proposta, l’attribuzione della sorveglianza fiscale al nuovo Fme, dovrebbe essere respinta. Attribuire a un organismo tecnico la sorveglianza fiscale coltiva l’illusione che esistano regole fiscali che possano essere applicate in modo automatico. Ma l’esperienza dimostra il contrario. I Patti europei sono stati più volte modificati proprio perché ci si è accorti che l’applicazione automatica delle regole avrebbe in molti casi condotto a effetti economicamente controproducenti. L’esercizio della discrezionalità è parte essenziale di un’applicazione corretta delle regole fiscali. È tuttavia vero che la discrezionalità dovrebbe essere basata su argomenti economici e non su pure convenienze politiche.

Un utile compromesso potrebbe dunque richiedere che la Commissione si avvalga anche del parere di un organismo tecnico e indipendente qualora ritenesse che l’applicazione delle regole imponga l’introduzione di clausole di flessibilità per qualche Paese: potrebbe essere lo stesso European fiscal board, che già ha nel suo mandato il compito di verificare l’attuazione delle regole da parte della Commissione. L’organismo europeo dovrebbe avvalersi anche dell’opinione dell’Ufficio fiscale nazionale del Paese in questione, visto che questo in genere ha le conoscenze di dettaglio per poter svolgere questa funzione. La Commissione manterrebbe il diritto di prendere la decisione finale, ma il costo politico di una decisione in conflitto con i suggerimenti di organismi tecnici indipendenti, sia nazionali che europei, renderebbe più difficile fare scelte puramente basate sulla discrezionalità politica.

C’è una seconda ragione per cui questa proposta del non-documento non sembra accettabile. La sorveglianza delle regole fiscali da parte della Commissione è parte integrante del processo introdotto nel 2010 con il “semestre europeo”, che conduce la Commissione a offrire raccomandazioni ai singoli Paesi su aspetti fiscali ed economici. Si tratta dell’unico vero strumento a disposizione delle istituzioni europee per introdurre un minimo di convergenza nelle politiche economiche dei Paesi membri.

Il non-documento ribadisce anche un punto ricorrente nella strategia negoziale tedesca: prima di condividere i rischi, bisogna ridurli. Questa posizione non va respinta in toto, poiché ha un fondamento economico. Quello che bisogna evitare è che essa venga usata dal governo tedesco in modo strumentale, cioè per rinviare all’infinito qualsiasi forma di condivisione dei rischi, imponendo nel frattempo vincoli e controlli sempre più stretti sui partner europei.

Non si può negare che la forte esposizione delle banche nazionali verso il settore pubblico domestico vada ridotta. Ci sono due modi per affrontare il problema. Uno è quello di attribuire ai titoli del debito pubblico un peso positivo nel calcolo dei requisiti patrimoniali delle banche. L’altro è porre un limite al portafoglio di titoli pubblici del proprio Paese che una banca può detenere. La prima modalità andrebbe respinta: essa implicherebbe che i titoli pubblici di Paesi con rating elevato (come la Germania e Francia) continuerebbero a godere di un peso al rischio pari a zero, mentre altri Paesi (tra cui l’Italia) avrebbero un peso del 50% o del 100%, quindi sarebbero penalizzati. La seconda strada sembra più equa ed è in linea con quanto già avviene per i titoli di enti privati: si imporrebbe gradualmente un limite di concentrazione da applicare in modo uniforme ai titoli dei diversi Paesi.

Sempre sul fronte dei rischi bancari, l’Italia ha accumulato forti ritardi nella gestione dello stock di crediti deteriorati. Il governo italiano dovrebbe impostare una strategia nazionale, chiarendo se, a questo punto, intende limitarsi ad agevolare le operazioni di mercato oppure ritiene ancora che sia opportuno istituire una bad bank nazionale.

I limiti alla detenzione di titoli pubblici e i progressi sul fronte della riduzione dello stock di crediti deteriorati andrebbero posti in contropartita al completamento della Unione bancaria. La Commissione Ue si è di fatto arresa di fronte alla opposizione tedesca. Occorre invece insistere per la creazione di un fondo europeo di assicurazione dei depositi. L’altro tassello che manca all’Unione bancaria è l’attribuzione allo Esm del ruolo di fiscal back-stop (attraverso l’erogazione di prestiti) al Fondo europeo di risoluzione delle crisi bancarie (Srf).

Infine, da respingere con fermezza è la proposta di dotare l’Fme del potere di imporre una ristrutturazione del debito pubblico di un Paese, qualora questo richieda la sua assistenza finanziaria. Una clausola di questo tipo sarebbe destabilizzante: potrebbe scatenare attacchi speculativi su un Paese che solo considerasse di accedere all’assistenza dell’Fme. Essa causerebbe un aumento del premio al rischio per i Paesi ad alto debito, facendone aumentare il costo del finanziamento.

Ma se ipotesi di ristrutturazione forzosa del debito devono essere respinte, i costi e i rischi che l’elevato debito pubblico italiano e di altri Paesi in condizioni simili impongono prima di tutto su se stessi e poi sull’intera eurozona sono innegabili. Nel dibattito europeo, l’Italia sarà tanto più credibile, tanto più avrà dimostrato di avere impostato una strategia seria di riduzione del proprio debito pubblico (come sostengono anche Bastasin e Toniolo, Il Sole 24 Ore, 29 marzo 2017).

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