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Rosita Missoni: La vita è un patchwork di emozioni

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Rosita Missoni: La vita è un patchwork di emozioni

Rosita  Missoni
Rosita Missoni

Provare a raccontare qualcosa di nuovo dopo 86 anni di storie, oltre 60 anni di attività più di 10mila interviste. Trovare qualcosa che ancora non si sa o non è stato detto di Rosita Missoni, di quella favola d’amore e d’impresa, che ha fatto di un lungo matrimonio un sodalizio e un patrimonio italiano, un’azienda familiare di lusso artigianale, tanto longeva quanto leggendaria è la sua modalità, domestica e internazionale, di portare avanti gli affari. Non è cambiata di molto, pur nell’espandersi dei mercati e nell’avvicendarsi delle generazioni. C’è un filo d’intimità e creatività, fiuto economico e solidarietà parentale, che è la firma Missoni, quasi quanto gli zig zag e il fiammato, quel modo inconfondibile di tessere il colore, che ha rotto ogni schema della maglieria tradizionale, consacrandola a moda, design, persino arte.

In auto verso Sumirago, procedendo lentamente fra le curve del Varesotto, su una strada percorsa tante volte, è inevitabile chiedersi se Rosita abbia accolto, ancora una volta, la richiesta di raccontarci la sua storia solo per proverbiale ospitalità o pragmatico omaggio ai rituali della comunicazione. Perché invece, con l’impunità che regalano l’età e tanti anni di successi, non si sia sottratta con un semplice: «Te l’ho già raccontata tante volte».

Così cominciamo proprio da qui, dal fatto di sapere (o credere di sapere) quasi tutto della minuta, infaticabile matriarca di casa Missoni, della sua vita benedetta e tragica, ricca di tutto, figli, nipoti, amici, soddisfazioni e delusioni, felicità e lutti.

«E se facessimo partire il racconto da ancora prima? Prima del Tai, prima di Londra e delle Olimpiadi, prima di questi alberi, ormai così alti che mi nascondono il Monte Rosa? Bisogna salire al primo piano, in camera mia, per vederlo. Io lo fotografo tutte le mattine, se la foschia non se lo mangia. È proprio rosa, come dice il nome. Vieni, andiamo su a vederlo, prima d’iniziare…» e sale le scale, con un’agilità che parla lo stesso entusiasmo del suo incanto ripetuto e protratto. «Eccolo, anche da Golasecca lo vedevo. Sono nata lì, un’area archeologica con una storia d’insediamenti che risalgono alla prima età del ferro. Quattro anni fa, a Parigi, il museo Saint Germain gli ha dedicato una mostra. L’ho scoperto per caso e sono andata subito a visitarlo. Quando ho chiesto di regalarmi la locandina, per convincerli è bastato esibire la carta d’identità. Nata a Golasecca: non potevano crederci!».

I ricordi s’intrecciano, in piedi, davanti alla finestra, in una giornata sorprendentemente tersa. «Da bambina facevo sempre un gioco, che, negli anni, ho riproposto ai figli, poi ai nipoti. Se guardi con attenzione nella direzione del monte Rosa, puoi vedere la forma di un pagliaccio a gambe all’aria. Provaci! Poi, davvero, iniziamo l’intervista».

Invece, una volta indovinato il profilo del pagliaccio, scendiamo di sotto perché, nel frattempo, è arrivata Angela per un rapido saluto, la figlia che, vent’anni fa, ha raccolto il testimone della direzione creativa dell’azienda, che oggi fa 140 milioni di ricavi, comprese le licenze, e ha l’85 per cento dei suoi clienti all’estero, fra Usa, Regno Unito, Corea, Giappone e Medio Oriente. «Per fortuna! Io non ne potevo più della moda, o almeno dei suoi ritmi. Arriva un momento in cui, se non visiti i posti giusti, non vivi dove vivono i giovani, non esci tutte le sere, non ti aggiorni ininterrottamente, perdi le antenne».

Mentre Rosita parla, sul tavolo del patio compaiano olive, pane fresco, grissini, formaggio. A cui poi seguiranno, nel corso di questa lunga conversazione, gnocchi alla romana, branzino al forno, zucchine dell’orto, pesche alla menta. Il tutto imbandito sul grande tavolo di legno, tanto lungo e largo da far sedere, all’occorrenza, la sterminata famiglia, dalla prima alla quarta generazione, fino all’ultimo nato («per ora!») Zeno, il figlio di Teresa.

Se c’è una costante di casa Missoni, è che ogni occasione, di lavoro o di festa, è sempre legata a dell’ottimo cibo. «Forse perché i miei nonni paterni erano agricoltori e nessuno di noi, neppure in tempo di guerra, ha mai patito la fame. Da bambina ho visto fare i salami, scremavo la panna del latte per il burro, sono andata per funghi nei boschi… Una cultura gastronomica sul campo. Poi, visto che ero cagionevole di salute, a otto anni mi hanno mandato al mare, dalle Orsoline, e lì, alle cinque, i pescatori tiravano le reti. Ho imparato a mangiare i gianchetti crudi dalle loro mani». Non puoi pensare di andare via da casa di Rosita senza che ti regali qualcosa di bello («ecco, questa è una delle ultime rose fiorite. L’ho tagliata proprio stamattina») e qualcosa di buono («devi pur mangiare… Solo uno spuntino»).

A tavola i racconti continuano. «Quando Angela ha preso in mano l’azienda, io mi sono sentita sollevata. All’inizio ho pensato di fare solo la nonna. Adoro i bambini e mi piace godermeli. Questa casa è una specie di kinderheim! Però, dopo meno di un mese e mezzo, ho provato una specie di vertigine al contrario. Mi mancavano le scadenze, mi mancava il lavoro. Andavo in azienda, ma solo per occuparmi delle cose più noiose, la corrispondenza, i ringraziamenti, le interviste. Così mi sono guardata intorno e mi sono chiesta dove potevo fare ancora qualcosa di utile. Ho sempre avuto la passione per il design, il marchio Missoni Home esisteva già dall’83, ma non aveva una vera e propria collezione. Lo producevamo in collaborazione con T&J Vestor, l’azienda che unisce altri due rami della famiglia, i miei due fratelli, Alberto e Giampiero Jelmini e i cugini Torrani. Da qui il suo nome. Ne parlai con mio marito e il Tai mi disse: “Se i tuoi fratelli sono d’accordo, per me va bene”». Così da vent’anni, Rosita declina il linguaggio caleidoscopico del brand in oggetti, tessuti, complementi d’arredo, intersecando stili, considerando la casa come spazio vivo, in movimento, mai finito. «Maison & Objet si avvicina e ne presenteremo delle belle… Io penso che, quando gli altri iniziano a copiarti, vuol dire che hai qualcosa di nuovo da dire. Avere un lavoro che piace, ti permette di vivere giocando».

Un gioco iniziato nel 1953, in un seminterrato di cento metriquadrati vicino all’autostrada di Gallarate, in provincia di Varese, quando, appena sposata con Ottavio, comprarono quattro macchine e, insieme a quattro magliaie, iniziarono l’attività. «Un gioco cominciato ancora prima. Io devo tanto a Piero Torrani: ho avuto una specie Archimede Pitagorico per nonno, ha inventato e brevettato di tutto. È grazie a lui se sono cresciuta in mezzo ai fili colorati e ai figurini di moda. Il nonno aveva un numero talismano, il 7. A noi nipoti dava sempre sette caramelle, sette lire, le finestre della fabbrica, dove produceva vestaglie e scialli ricamati, erano sette con sette vetri. Era il suo numero fortunato. Forse è grazie a lui che ho notato quell’italiano alto, magro, allo stadio di Wembley, ai Giochi di Londra del 1948. Avevo sedici anni, era una torrida giornata estiva, eravamo sedute con le mie compagne proprio vicine al tunnel da cui uscivano gli atleti e lui è venuto fuori con quella maglia di gara: tre-tre-uno. All’origine di tutto c’è quel numero e il Cupido di Piccadilly Circus, dove ci siamo rivisti una settimana dopo. Tai aveva un’uniforme meravigliosa, la giacca di panno azzurro con lo stemma dell’Italia sul taschino, la camicia bianca, la cravatta a righe, i pantaloni di flanella grigi, era elegante, bellissimo. Ed è riuscito a farmi ridere per tutto il giorno…»

Si può narrare una storia mille volte e sempre in modo diverso. Forse è questo il segreto con cui Rosita è riuscita a tenere insieme tutto, in una casa dove ogni oggetto, ogni sedia, ogni foto (e ce ne sono tante, in ogni angolo e sopra ogni scaffale) è solo il pezzo di un puzzle coerente. Il patchwork complesso di una vita che è contemporaneamente il racconto di una favola e di una smisurata fatica, di una grandissima fortuna e di un lavoro di tessitura ininterrotto, non solo di abiti, ma di relazioni. È qui che tutto trova posto, anche una famiglia tanto composita, persino i dolori più grandi, ogni addio e ogni inizio. Un linguaggio di fili mescolati, «il talento di Tai», che non generano mai colori uguali: possono essere ripetuti e intrecciati un numero infinito di volte, il disegno non sarà mai lo stesso.

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