Commenti

Sud, più coesione e meno campanili

  • Abbonati
  • Accedi
un mezzogiorno possibile

Sud, più coesione e meno campanili

Puglia e Campania sono le due regioni con l’economia più forte e strutturata nel Mezzogiorno continentale. Insieme producono 165 miliardi di Pil, un valore ben superiore a quello di interi Stati dell’Unione Europea come Ungheria o Romania. E con una crescita del Pil finalmente marcata. La Campania in particolare si sta dimostrando la vera locomotiva del Mezzogiorno: con oltre il 3% di crescita nel 2016 e un probabile +1,9% nel 2017 dimostra una vitalità superiore a molte regioni del Centro Nord.

Se per Sicilia e Sardegna la dimensione insulare, le diverse caratteristiche socio-economiche e la natura speciale dei loro statuti regionali pongono dei limiti alla ricerca di sinergie forti, viceversa nel caso di Campania e Puglia (ma anche con Calabria e Basilicata che hanno le loro importanti specificità economiche) bisognerebbe avere il coraggio di sperimentare forme avanzate di cooperazione e sinergia transregionale, sia tra le amministrazioni regionali che tra le forze produttive.

Una recente ricerca realizzata da Srm in collaborazione con la Fondazione Matching Energies ha messo in risalto che tra Campania e Puglia esistono forti complementarietà dei rispettivi tessuti produttivi. Se osserviamo indicatori quali il valore aggiunto, l’export, il numero di imprese e il numero di addetti nei settori manifatturieri più importanti di queste due regioni (automotive, aeronautico, abbigliamento, agroalimentare e farmaceutico) vediamo che entrambe le regioni hanno tassi ben superiori alla media nazionale a dimostrazione della comune specializzazione produttiva. Ma c’è un altro dato ancora più interessante: l’interconnessione tra queste filiere nelle due regioni. Prendiamo ad esempio due settori ad alto valore aggiunto e alto contenuto di innovazione tecnologica: aeronautico e farmaceutico. Oltre il 16% della produzione campana nel settore aeronautico e il 18% di quella nel settore farmaceutico è venduta in Puglia. Analogamente oltre il 33% di quanto prodotto in Puglia nel settore aeronautico e oltre il 28% di quanto prodotto nel settore farmaceutico è venduto ad aziende campane. Tassi simili li troviamo anche per il settore dell’automotive, dell’agroalimentare e dell’abbigliamento. Tutto questo ci dice una cosa semplice e chiara: i due tessuti produttivi di Campania e Puglia oltre a essere simili sono fortemente integrati nelle catene della subfornitura. A questa integrazione del settore produttivo non corrispondono però in modo sistematico scelte integrate e coordinate tra le amministrazioni regionali e neanche tra le forze produttive e associative che ruotano prevalentemente attorno alle rispettive dimensioni regionali.

Eppure c’è necessità di una maggiore integrazione, anche nelle scelte e strategie infrastrutturali e logistiche. L’alta velocità/alta capacità Napoli-Bari, in fase di progettazione e realizzazione, cambierà il rapporto tra Napoli e Bari: l’esperienza dell’Italia del Nord (ad esempio l’alta velocità fra Torino e Milano) mostra quanto l’infrastruttura possa contribuire ad aumentare e fluidificare gli scambi tra grandi aree metropolitane. I tempi italiani ci fanno dire che non è per domani, ma è comunque ormai una prospettiva sufficientemente concreta da suggerire di iniziare a ragionare sui prossimi interventi e aumentare la vocazione intermodale dei porti campani e pugliesi. Solo collegando i porti del Sud adriatico e Sud tirrenico tra loro e con le rispettive dorsali verso Nord si può assicurare quel progetto di fare del Sud Italia una vera piattaforma logistica di cui tanto si parla.

Nell’Italia delle riforme rinviate, arrivata al federalismo tardi e male e quando altrove già lo si ripensava, è sempre più attuale una riflessione seria su questo tema partendo dalla concretezza dei problemi e dalle caratteristiche del tessuto produttivo, in modo pragmatico.

Non è utopia e non richiede riforme costituzionali pensare che Regioni e forze produttive discutano e attuino politiche concordate e sinergiche (pensiamo ad esempio alla programmazione dei fondi strutturali) favorendo così una forte accelerazione della crescita e dello sviluppo. Per dare slancio e sostenibilità alla crescita c’è bisogno di meno campanili e più coesione. E di condividere, sulla base dei dati e non solo delle opinioni, una visione d’insieme sulle prospettive di sviluppo del Mezzogiorno.

Direttore Srm, Centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo e presidente Gei - Associazione italiana economisti d’impresa

© Riproduzione riservata