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Se il Fisco elettorale dimentica il Fisco reale

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analisi

Se il Fisco elettorale dimentica il Fisco reale

Come era ampiamente prevedibile, insieme a pensioni e lavoro, è il fisco a ritrovarsi in cima ai temi caldi della campagna elettorale. Non c’è da stupirsene. Vuoi perché l’esperienza del passato racconta che proprio su tasse e imposte si è giocato l’esito finale di molte tornate elettorali degli ultimi 25 anni. Vuoi perché, oggettivamente, la pressione fiscale sulle persone e sulle imprese ha raggiunto livelli talmente elevati da rendere, per così dire, “naturale” la sensibilità e l’attenzione dei partiti verso il mondo dei tributi.

Quel che invece stupisce è la gara un po’ confusa al “chi taglia più tasse” o, senza offese per nessuno, a “chi la spara più grossa”, tanto le promesse sono gratis e gli elettori hanno a volte la memoria corta. Lo si capisce bene guardando l’elenco, ancora provvisorio, delle proposte che quotidianamente vengono snocciolate dai leader politici in tv, sui giornali o sul web.

In ordine sparso: via gli studi di settore e via il redditometro (peraltro, entrambi già destinati all’oblio); via i limiti all’uso del contante; via l’agente della riscossione. E, poi, la corsa al colpo di spugna: via il bollo auto, ma solo per la prima vettura; via l’Irap; via il canone Rai; via le tasse universitarie; via le imposte di successione e donazione; via il balzello sulle sigarette elettroniche; via quel che resta dei tributi sulla prima casa.

Senza banalizzare e prendendo a prestito uno slogan reale che si trova in rete, è un po’ come se il programma fiscale di molte compagini politiche fosse riassumibile in tre punti: «Primo: meno tasse. Secondo: meno tasse. Terzo: meno tasse».

Come non concordare, si dirà. E in un certo senso è vero: perché l’impegno per la riduzione del carico fiscale rappresenta pur sempre una priorità. Ma deve essere una priorità credibile, da raggiungere in modo chiaro e compatibile.

Non basta il buon proposito di voler tagliare le tasse, bisogna dire quali e perché se ne scelgono alcune rispetto ad altre. Bisogna dire come si realizzano i tagli, con quali risorse, rinunciando a quali bonus e agevolazioni fiscali, con quali sacrifici in termini di riduzione della spesa pubblica e/o del welfare. Gli elettori, poi, devono diffidare dei miracoli: le riforme che si autofinanziano sono affascinanti, ma bisogna almeno avere l’onestà di riconoscere che sono difficilmente realizzabili. E sono anche difficili da far digerire alla comunità finanziaria internazionale. E non si ascoltino le sirene di chi sostiene la possibilità di finanziare il taglio delle tasse con ulteriore indebitamento: è una strada non percorribile, perché l’Italia ha il problema opposto di invertire, e rapidamente, la dinamica del rapporto debito pubblico/Pil.

Vedremo presto, appena i programmi saranno ufficiali, dove andranno a cadere le scelte effettive dei partiti. L’auspicio è che tra le suggestioni della flat tax, dei tagli all’Irpef, della riforma del processo tributario e del contrasto all’evasione ci sia spazio anche per avviare una riflessione seria sullo stato di salute di un sistema fiscale che oggi più che mai mostra di aver bisogno di ritrovare lo slancio di quel percorso di “manutenzione” avviato con la delega del 2014, che ha dato risultati incoraggianti ma è rimasta in parte inattuata (tra i “missing”: il Catasto; la razionalizzazione dell’accertamento; la fiscalità energetica e ambientale; la revisione di redditi d’impresa e di lavoro autonomo; il riordino dei regimi forfettari).

Oggi, certo, ci sono sfide ulteriori. C’è una competizione mondiale sul fronte della tassazione, specie per le imprese, fatta di riforme ambiziose e innovative, di aliquote legali sempre più basse, fatta di attrattività per chi investe e crea opportunità di sviluppo. Non c’è solo il problema, reale, delle tasse sulle multinazionali del web. C’è molto di più e nessuno può restare immobile di fronte ai cambiamenti.

Inoltre, non bisogna interrompere ciò che è stato avviato, ovvero l’utilizzo della leva fiscale per favorire l’innovazione, la ricerca, la trasformazione tecnologica del tessuto produttivo e industriale, la formazione. Sono questi i grandi temi sui quali si attendono risposte dai partiti. Perché anche qui si gioca la possibilità di dare slancio e consolidare la ripresa.

L’attenzione per questa dimensione non può però far scordare che esiste uno spazio di intervento sul fisco – molto meno “frizzante” dell’abolizione di una tassa – che potrebbe fare la differenza tra un sistema fiscale stremato e un sistema efficiente, moderno, insomma «equo, trasparente e orientato alla crescita», proprio come recitava il titolo della legge delega. Un sistema fiscale che forse è eccessivo immaginare come “alleato” di contribuenti e imprese, ma che almeno non deve essere il loro principale avversario.

Cose da fare non ne mancano. A partire da una burocrazia fiscale da snellire urgentemente: il costo degli adempimenti contribuisce ad appesantire un conto di tasse e imposte già di per sé salato. Senza scordare – e il “nuovo” spesometro lo insegna – che l’introduzione di nuovi obblighi non è mai a costo zero: si pagano i software, si paga il lavoro, si pagano le difficoltà tecniche e le incertezze normative. Più in generale, è evidente che sulle semplificazioni occorre uno sforzo in più, seguendo il sentiero già indicato da professionisti e imprese. Che cosa intendono fare i partiti per rilanciare le semplificazioni?

Poi ci sono certezza del diritto e stabilità delle regole, che continuano a rappresentare un nervo scoperto. Ancora manca un Codice dei tributi: perché non impegnarsi a realizzarlo durante la prossima legislatura? E perché non impegnarsi a impedire che vengano approvate norme fiscali al di fuori dal Codice?

Infine, molto di più si deve fare sul fronte dei diritti dei contribuenti. E allora: perché nessun partito mette al primo punto del suo programma fiscale l’impegno al rispetto della Statuto dei diritti dei contribuenti? Perché nessuno promette di non votare mai alcuna norma contraria allo Statuto, di non accettare alcuna deroga al principio di irretroattività delle disposizioni fiscali, di non introdurre alcun nuovo adempimento senza che sia trascorso un lasso di tempo adeguato?

Ecco, questa sarebbe una piccola ma importantissima rivoluzione che, a costo zero, farebbe bene tanto ai cittadini-contribuenti quanto alla reputazione del Fisco.

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