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Lo snodo fra politica incerta e industria vitale

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dopo le assise

Lo snodo fra politica incerta e industria vitale

Nei passaggi storici importanti della storia d’Italia si ripresenta, puntuale, il nodo del rapporto fra le rappresentanze degli interessi, la rappresentanza politica e lo sviluppo economico. Un nodo che, se ha preso forma nel corso del Novecento, si riaffaccia adesso, in un frangente in cui, non a caso, si tratta di ridefinire una prospettiva di sviluppo per il nostro Paese, a garanzia di un patto democratico da rinnovare nei suoi fondamenti.

Le Assise di Verona sono cadute in una fase delicatissima della nostra evoluzione nazionale. Da un lato, mai come ora appaiono precarie le dinamiche della rappresentanza politica, alla vigilia di elezioni per il Parlamento che non sono mai state altrettanto incerte; dall’altro, durante l’ultimo anno si sono rafforzati i segnali di ripresa e di vitalità che vengono da un sistema delle imprese soggetto a un’intensa trasformazione. In mezzo, ci sono le rappresentanze degli interessi, a cominciare da Confindustria, che per rilanciare la loro funzione devono dimostrare la loro capacità di riuscire a incanalare risorse in direzione dello sviluppo, come del resto testimonia il Piano per l’Italia presentato a Verona. Nel quadro attuale, infatti, le rappresentanze economiche e sociali devono declinare il loro ruolo concorrendo in primo luogo a dare consistenza a quella visione dello sviluppo che manca al nostro Paese e che invece è necessaria se esso deve recuperare la propria collocazione nel mondo contemporaneo.

Dal punto di vista della storia d’Italia, questa è tutt’altro che una situazione inedita. Anzi, sebbene ciò sia scarsamente ricordato, fu la temperie immediatamente successiva al primo conflitto mondiale a trarre in vita l’organizzazione moderna di Confindustria, nella versione che conosciamo. Cento anni fa, nel dicembre 1918, Dante Ferraris, parlando come presidente all’assemblea dell’Assonime, sostenne che era «la complessità dei problemi» del dopoguerra a spingere le associazioni imprenditoriali nell’arena della politica economica. «Senza l’assistenza di persone di indubbia competenza nelle questioni economiche – diceva Ferraris – non sarà possibile tutelare l’interesse dell’Italia pienamente».

Allo scoppio della guerra, il piemontese Ferraris, imprenditore della metalmeccanica e vicepresidente della Fiat, era il presidente della Confederazione (non ancora diventata «generale») dell’Industria. S’era così trovato al vertice del comitato per la Mobilitazione industriale, in anni di espansione intensissima dell’apparato produttivo, che avevano assorbito per intero la piccola struttura confindustriale. Tant’è che, conclusa la guerra, Ferraris aveva pensato di rifondare l’associazione degli imprenditori, facendo di essa una vera organizzazione diffusa su scala nazionale, in cui dovevano confluire sia le associazioni di tipo sindacale che quelle di tipo economico, come appunto Assonime. Di qui l’aggiunta dell’aggettivo «generale» nella denominazione di Confindustria.

La nuova Confindustria di Ferraris nasceva con l’intento di far partecipare gli imprenditori «alla vita pubblica, a viso aperto e con rappresentanze dirette». La sua missione consisteva nel promuovere gli «interessi generali e i destini della produzione e dell’economia nazionale». Il suo leitmotiv era la «cooperazione dei produttori», poiché mirava ad abbattere «il pregiudizio di una fatale opposizione di interessi» fra industriali e classi lavoratrici. Quel che li univa, secondo Ferraris, era più forte di quanto li divideva, poiché la loro sorte comune dipendeva dall’incremento della produzione e dunque della ricchezza. Tale convergenza poteva magari affievolirsi a causa di contrasti distributivi, ma non intaccava la prospettiva di lungo periodo che doveva sorgere da una reciproca interdipendenza. Non a caso, Ferraris esortava gli imprenditori a mettersi «alla testa del movimento riformatore», che doveva estendere la «disciplina del contratto di lavoro» a tutte le categorie, ridurre la giornata lavorativa, gettare le premesse di un sistema previdenziale generalizzato all’intero mondo del lavoro. Era questo il programma che, nell’aprile 1919, venne approvato da una «solenne adunanza» nella quale i rappresentanti di seimila industriali di tutta l’Italia vararono la nuova Confindustria.

Durante la guerra l’ex nazionalista Ferraris, che aveva incessantemente dialogato con i rappresentanti dello Stato e dei sindacati, si era convertito al verbo liberal-radicale in sintonia con il presidente del Consiglio in carica, Francesco Saverio Nitti, uno dei più eminenti economisti italiani. Di lì a poco, proprio Nitti avrebbe consegnato il neonato ministero dell’Industria nelle mani di Ferraris, dandogli mandato di attuare il programma produttivista di quest’ultimo sotto l’egida di un esecutivo che puntava a costituire un solido blocco dei produttori. Era la politica di impulso alle forze produttive che avrebbe dovuto raccogliere l’adesione attiva di un socialista come Filippo Turati e di un sindacalista riformista come il leader della Fiom Bruno Buozzi.

Come sappiamo, il progetto produttivista naufragò dinanzi al dilagare degli scioperi nelle fabbriche e nelle campagne che la dirigenza riformista della Confederazione generale del lavoro non sapeva e non poteva contenere. I ranghi della forza-lavoro erano enormemente cresciuti durante il conflitto e c’era una domanda di miglioramento immediato su cui agiva prepotentemente l’attrazione esercitata dalla Rivoluzione d’Ottobre. In seguito, nel mondo rurale prese rapidamente piede l’aspra controffensiva degli agrari, che preparò il terreno alle squadre fasciste.

Col senno di poi, è facile intuire che l’audace disegno di modernizzazione di Nitti non aveva sufficienti basi di consenso per affermarsi e bloccare così sul nascere la soluzione autoritaria che Mussolini intuì e perseguì a partire dal 1921. Ma l’idea che un’efficace rappresentanza e mediazione degli interessi possano costituire per la società italiana il tramite per allargare le prospettive del processo di sviluppo resta una carta determinante da giocare. Anche e soprattutto nel presente.

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