Commenti

Un’economia guidata dalla leadership della minoranza

  • Abbonati
  • Accedi
manifattura italia

Un’economia guidata dalla leadership della minoranza

(Fotolia)
(Fotolia)

In maniera graduale ma persistente, due caratteristiche della manifattura italiana stanno assumendo una cifra strutturale: l’inutilità del dato medio nella misurazione dell’andamento del nostro sistema industriale e – finalmente, viene da dire - la leadership della minoranza.

L’inutilità del dato medio, evidenziato dall’ufficio studi della Banca d’Italia che per primo ha descritto i meccanismi di netta polarizzazione nelle performance delle nostre imprese, è un fenomeno che risale alla selezione – nonostante tutto, beneficamente violenta - imposta dall’introduzione dell’euro. La leadership della minoranza, invece, è la principale novità degli ultimi tempi.

Le statistiche dell’Istat tirano una linea rispetto all’andamento del 2017. Ma non si possono cogliere nella loro natura più profonda se non si considerano, appunto, l’inutilità del dato medio e la leadership della minoranza. I dati grezzi complessivi sono buoni. Nel 2017, il fatturato è aumentato del 4,6 per cento. I ricavi ottenuti all’estero sono cresciuti del 5,4 per cento. E, questo, non è una sorpresa. Sorprende, invece, il dato sul mercato interno: +4,2 per cento. Lo stesso vale per gli ordinativi: +6,6 per cento. Bene per gli ordinativi esteri: 6,5 per cento. Molto bene – vista la natura asfittica della domanda italiana – gli ordinativi interni: +6,6 per cento.

Questi numeri sono oggettivamente importanti. Ma vanno interpretati alla luce del paradigma 20-80, fissato dall’economista Sergio De Nardis: il 20% delle imprese italiane realizza l’80% dell’export e l’80% del valore aggiunto industriale. Il graduale attutimento della bipolarizzazione è una delle sfide che la nostra economia dovrà affrontare in questo 2018 che appare un anno decisivo, una sorta di tertium non datur fra una trasformazione radicale del nostro capitalismo manifatturiero o una sua letargica ritirata.

I dati dell’Istat inducono – scaramanticamente – a un moderato ottimismo. Perché i numeri consolidati del 2017 hanno una portata quantitativa tale da mostrare come quella élite – appunto, quel 20% - stia sviluppando una significativa energia imprenditoriale che, a questo punto, sotto il profilo quantitativo sta trascinando tutto il sistema. Questo passaggio di positiva rottura è mostrato anche dall’andamento del valore aggiunto a prezzi correnti per addetto: per Sbs (Eurostat), fra il 2011 e il 2015 la variazione media è stata in Italia del 2,7%, contro l’1,7% della Germania. Nel 2017, è iniziata la lenta risalita dal pozzo nero del crollo del potenziale manifatturiero italiano: fatto 1 nel 2000, è andato sotto lo 0,8 nel 2015 e nel 2016, mentre l’anno scorso è tornato sopra lo 0,8.

Di sicuro, dunque, l’élite delle nostre imprese esprime una leadership quantitativa. Inizia a trascinare verso l’alto sia il corpaccione delle aziende che si mantengono in una poco aurea mediocritas sia la minoranza di imprese che stanno fra coloro che son sospese, non avendo ancora deciso se vivere o morire.

Il vero punto è rappresentato se, in questo 2018 iniziato sotto tutt’altro che cattivi auspici da parte degli aruspici delle statistiche, la leadership quantitativa saprà evolvere in leadership strategica. Il capitalismo contemporaneo è costruito con Global Value Chains – catene globali del valore – e Global Production Networks – piattaforme manifatturiere globali – che tendono a polverizzare e a ridistribuire fasi produttive e tecnologiche, commerciali e logistiche. È il codice genetico del mondo. E lo resta nonostante gli ultimi arretramenti della globalizzazione e le ultime pietre di inciampo per il free trade e per la circolazione dei capitali, puramente finanziari o destinati all’industria.

La manifattura italiana è funzionale a questa organizzazione del capitalismo contemporaneo. Il problema è che questa architettura fa sì che le imprese nazionali – di qualunque Paese – abbiano la testa sempre più fra le nuvole dei mercati globali. Per trasformare la leadership quantitativa in una leadership strategica, in grado di produrre benefici di lungo periodo per la comunità locale e nazionale, serve una evoluzione della cultura industriale e – se è consentito – dell’“etica” di queste imprese. La sfida – nei prossimi anni – più difficile: mantenere la testa nei cieli dei mercati globali e riportare il cuore a terra, nella nostra Italia che, senza queste imprese, sarebbe già irrimediabilmente caduta.

© Riproduzione riservata