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La voce italiana nella casa comune europea

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La voce italiana nella casa comune europea

Si avvicina la data delle elezioni e nel vortice di messaggi politici che invadono i media nazionali e locali si fa fatica a discernere le vere priorità fra le tante proposte che le parti in campo avanzano per il Paese. L’elenco dei diversi punti programmatici, poi, è tale che probabilmente ben pochi elettori avranno la perseveranza di leggerne o almeno di scorrerne la lista fino alla fine. Eppure, la posta in gioco è quella della qualità della vita della nostra gente, soprattutto dei più deboli, connessa con le prospettive di crescita dell’economia e delle politiche sociali e con l’incidenza che la “casa comune” europea ha avuto ed avrà sul nostro presente e sul nostro futuro.

Ed è proprio da quest’ultimo punto che vorrei partire, perché anche gli altri temi accennati sono condizionati dal tipo di rapporto che si è andato stabilendo fra Bruxelles e Roma: l’impressione di fondo è che ciò che arriva da Bruxelles è sempre più deciso o per lo meno altamente influenzato dal binomio franco-tedesco. Pur essendo fra i Paesi fondatori dell’Unione, l’Italia è spesso relegata in un ruolo di subalternanza e le norme europee sono non di rado percepite come ostacolo o freno alle potenzialità delle nostre imprese. Se il problema è stato sollevato da vari punti di vista, non si può dire che finora il dibattito abbia cambiato di molto le cose. È tempo che l’Europa si renda conto che una tale situazione va modificata: peraltro, la quantità di denaro che il nostro Paese versa nella casse comuni della “casa europea” giustifica ampiamente la richiesta di una partecipazione adeguata ai processi decisionali e agli interventi operativi dell’Unione. Nell’agenda del prossimo governo - qualunque sia quello che uscirà dalle elezioni di marzo - la rinegoziazione del rapporto con l’Europa va considerata una priorità ineludibile, dalle conseguenze decisive per il futuro della nostra economia e della nostra vita democratica, almeno quanto la stabilità che dai Paesi leaders dell’Unione ci viene raccomandata. Se rimarco questa esigenza è perché la mia vicinanza di pastore alla gente e alle sue esigenze reali mi abilita a farmi voce di tanti, che non si sentono adeguatamente rappresentati e tutelati nelle politiche della casa comune europea che ci riguardano.

Alla questione del peso che il nostro Paese può e deve avere in Europa si collega il secondo punto cui accennavo all’inizio: la crescita dell’azienda Italia. Si tratta di un processo che è ricominciato, dopo la dura frenata degli anni della crisi, anche se l’avvio si muove a un ritmo che è fra i più lenti dell’Unione e senza dubbio in maniera non proporzionata a quello che le potenzialità del nostro popolo potrebbero esprimere, anche considerando il fatto che esse continuano ad impoverirsi a causa della “fuga” di cervelli verso l’estero. Almeno tre mi sembrano i campi d’intervento urgente su cui si giocherà la capacità del governo che uscirà da queste elezioni: il primo è quello del lavoro, il secondo riguarda le politiche verso la famiglia e i giovani, il terzo tocca le urgenze delle fragilità presenti nella nostra società civile. Anzitutto il lavoro: affermare che la ripresa si sta configurando in una crescita di possibilità occupazionali è senz’altro vero. Non va dimenticato, però, che molto del lavoro offerto è precario e che spesso le condizioni salariali e logistiche non consentono a tanti di accogliere le proposte lavorative che vengono avanzate. In questo ambito hanno gravi responsabilità le logiche aziendali che hanno puntato sulla delocalizzazione, trasferendo la produzione in Paesi dove minore è il costo del lavoro, in base a un calcolo meramente legato al maggior profitto possibile, che spesso ignora in parte o del tutto il fattore umano, sia nel non tener conto delle crisi indotte nelle famiglie dei lavoratori, sia per la sottovalutazione delle capacità acquisite dai nostri operai in anni e anni di esperienza lavorativa, come se il “know how” fosse irrilevante. Ricordare che il profitto va reinvestito in modo da creare una catena virtuosa fra produzione, guadagno e nuova occupazione, è un richiamo non solo di carattere economico, ma anche dal profondo spessore etico-sociale. Alla questione occupazionale è connessa anche l’attenzione da dare alla famiglia, cellula vitale della società e della Chiesa, grembo e scuola di umanizzazione e di socialità. È in famiglia che la persona si forma, cresce nella pienezza della sua umanità, si educa alla relazione con gli altri e può conoscere e approfondire la dimensione etica e spirituale della vita. Una politica a sostegno della famiglia è più che mai necessaria, anche perché la serenità della vita familiare è condizione fondamentale per sostenere il cammino delle giovani generazioni e il loro progressivo inserimento nella società. Un’illuminata politica scolastica e occupazionale rivolta ai giovani è inseparabile da leggi che valorizzino e sostengano il ruolo della famiglia. È un campo, questo, in cui c’è molto da fare e le varie battaglie politiche portate avanti sui diritti civili avrebbero dovuto e dovrebbero investire in esso ben più di quanto finora sia stato fatto.

C’è infine l’insieme delle urgenze legate alle fragilità: penso alle numerose povertà materiali e spirituali, a chi con quanto guadagna non riesce ad arrivare a fine mese, alla solitudine di molti, ai problemi degli anziani, alle giuste attese di quanti vivono in condizioni di disabilità. Ampio è l’orizzonte dei bisogni cui è chiamato a corrispondere lo “stato sociale”. Nella campagna elettorale in corso si ascoltano parole e si percepiscono toni che sembrano negare la faticosa crescita della coscienza dei diritti avvenuta in Italia e in Europa dal dopoguerra a oggi, e che trovano il loro culmine negativo nel modo in cui viene affrontata da diverse parti la sfida dell’immigrazione. Atteso quello che l’evidenza dimostra - e cioè quanto sia stato e sia importante l’apporto degli immigrati per la vita stessa delle nostre aziende -, il populismo che agita non pochi Paesi europei e diversi protagonisti della competizione elettorale in corso da noi non solo non sembra tenerne conto, ma aggrava l’atteggiamento di rifiuto dell’altro con toni che sembravano superati per sempre, dato il bagaglio di violenza e di dolore prodotto dalle presunzioni ideologiche nel secolo da poco concluso. La dignità di ogni persona umana non può essere ridotta a merce di scambio politico, ma va rispettata con programmi e interventi di accoglienza, accompagnamento, discernimento e integrazione. Anche su questo si misurerà la capacità della classe politica che uscirà dalle prossime elezioni di promuovere la qualità della vita per tutti. Non servono a nessuno slogan banali e di facile presa. Occorre serietà, onestà, competenza e ferma volontà politica di servire il bene comune e non di servirsi del proprio eventuale potere per interessi personali o di gruppo. Da questo punto di vista la scelta di ogni elettore risulta decisiva e l’appello del Presidente Mattarella alla partecipazione al voto è non solo di alta qualità istituzionale, ma anche di autentico spessore morale. La sfida è a decidere il proprio voto in maniera responsabile, con coscienza informata e consapevolezza dei rischi e delle possibilità che i diversi scenari ipotizzabili potranno comportare. Chi crede chiederà a Dio che il bene comune sia anteposto a ogni interesse egoistico. Tutti dovremo impegnarci perché ciò avvenga. La posta in gioco è elevata: il prossimo 4 marzo ne va del futuro di tutti.

Bruno Forte è Arcivescovo di Chieti-Vasto

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