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Serve il coraggio dello Sherman Act

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internet e monopoli

Serve il coraggio dello Sherman Act

L’ammissione di responsabilità da parte di Zuckenberg dopo un lungo, imbarazzato silenzio apre una nuova fase nello scandalo che ha coinvolto Facebook e che ha avuto un grande impatto nell’opinione pubblica, ma che era nell’aria. Non occorreva essere addetti ai lavori per intuire le incognite e i rischi di reti di informazione che sono capaci di entrare nei dettagli più minuti della nostra vita privata, in modi che Orwell non avrebbe potuto immaginare mentre scriveva del Grande Fratello in 1984.

Tanto che da tempo i nuovi grandi protagonisti della tecnologia sono stati definiti con l’acronimo di BAADD, bad, addictive, anti-competitive and destructive to democracy. Forse una generalizzazione eccessiva, ma anche un modo efficace per mostrare i rischi della grande svolta tecnologica che stiamo vivendo e che muta radicalmente molti dei parametri tradizionali nel modo di operare delle imprese. In primo luogo quello delle dimensioni dei partecipanti e dunque del ruolo possibile della concorrenza, da sempre fattore di equilibrio per eccellenza. Nella nuova realtà, la dimensione cresce esponenzialmente su sé stessa proprio per la capacità delle imprese di utilizzare le informazioni sui consumatori, per l’interesse dei venditori a usare quella piattaforma (è il motivo per cui Amazon ha ormai quasi la metà del mercato delle vendite online in America) o per il desiderio degli utenti di far parte di una comunità sempre più grande.
Proprio Facebook, con i suoi due miliardi di contatti al mese, oscura tutti gli altri media tradizionali messi assieme. Ma soprattutto sono cambiate radicalmente le determinanti della catena del valore industriale. Facebook è diventata una delle prime società al mondo per capitalizzazione grazie alle informazioni che forniamo sulle nostre preferenze e i nostri gusti attraverso messaggi e indicazioni apparentemente innocenti come “mi piace” o “non mi piace”. Gli utenti spensierati e felici sono in realtà i produttori ignari del valore. La via al profitto segue cioè regole profondamente diverse da quelle dell’economia tradizionale: è tutta basata sulla tecnologia (Facebook investe in R&S somme enormi) che consente di massimizzare la diffusione a milioni di seguaci e dunque la platea di fornitori di informazioni. Infatti l’intuizione geniale di Zuckenberg, come spiega bene il film “The social network” è stata quella di trasformare una rete ad uso esclusivo degli studenti di Harvard in un fenomeno planetario.
Le regole ovviamente ci sono, tanto che sin dal 2011 Facebook aveva raggiunto un accordo ventennale con la potente Federal Trade Commission americana sulla protezione della privacy degli utilizzatori e oggi rischia grosso perché se si accertasse una violazione agli impegni presi le sanzioni sarebbero molto pesanti. Anche l’Europa si accinge a varare una nuova regolamentazione sulla protezione dei dati molto severa almeno sulla carta. Nuove regole sulla privacy e controllori dotati di armi efficaci sono ovviamente la condizione necessaria per proteggere non solo il funzionamento del libero mercato ma anche le basi essenziali del processo democratico. Ma forse non sufficiente perché si tratterebbe comunque di una risposta puramente quantitativa, cioè del potenziamento di mezzi tradizionali rispetto ad una realtà che è mutata nella sua stessa natura. Come in tutte le grandi svolte economiche della storia, si liberano energie positive, ma anche negative e il mondo delle regole deve dimostrare di essere in grado di compiere un salto di qualità adeguato alla nuova realtà.
La rivoluzione industriale ha prodotto un grande balzo in avanti della produzione, ma anche inquinamento, sfruttamento, monopolio. Sia pure a caro prezzo e grazie alla presa di coscienza dei lavoratori, le nazioni industriali hanno saputo dare una risposta ai nuovi problemi, difendendo i diritti, spezzando i monopoli e varando leggi generali (si pensi alle leggi bancarie dopo la crisi degli anni Trenta negli Stati Uniti e in Europa) che affrontavano alla radice i problemi del settore, non – come è invece è stato fatto adesso – mettendo un cerotto su ogni specifico punto di crisi.

Proprio qui sta il nocciolo del problema. La capacità di esprimere riforme di ampio respiro all’altezza dei problemi da affrontare richiede una politica alta e indipendente. Fin dagli albori della rivoluzione industriale, i governi hanno risposto alle pressioni dal basso con riforme di ampio respiro. L’America ha saputo combattere il lato oscuro dei capitani dell’industria e della finanza che hanno guidato lo straordinario sviluppo dell’Ottocento, fino al punto di definirli Robber Barons. Oggi è completamente diverso, come è dimostrato dallo stupore con cui milioni di utenti stanno prendendo coscienza del fatto di essere non solo utenti, ma produttori di informazioni e valore. Per non parlare del fatto che tanti politici di oggi (forse proprio a cominciare da Trump) devono la loro elezione all’uso non corretto di dati. Le grandi riforme nascono dalla buona politica e questo richiede grande consapevolezza e capacità critica degli elettori. Ci sarà un motivo se perfino l’FT titola un suo pezzo: «utilizzatori di reti sociali di tutto il mondo, unitevi!».

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