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La credibilità, le paure e i sospetti sulle regole

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Pregiudizi contrapposti

La credibilità, le paure e i sospetti sulle regole

(Adobe Stock)
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Settimana avversa, la scorsa, per la reputazione delle nuove tecnologie, anche perché tra i marosi ci sono Facebook e Uber, due stelle dello “strano capitalismo che s’avanza”.

Capitalismo privo della proprietà dei mezzi o dei contenuti che usa per trarre profitto. Gestiscono dati, informazioni e nuove tecnologie nel mondo globale. Lo scandalo con Cambridge Analytica e il pedone ucciso dall’auto senza guidatore sollevano nuove incertezze sulle nuove tecnologie, oltre quelle di un futuro robotizzato senza lavoro umano e le parole di Sherry Turkle sulla solitudine del popolo connesso. Scandali ed eventi come quelli accaduti rappresentano immagini distopiche, negative che creano tra la gente paura di perdita di controllo sui mezzi che usa o che è in predicato d’usare.

La perdita di controllo è una paura ambigua, ricorrente, nel mondo tecnologico: a esempio, era avvertita - e forse lo è ancora - in aereo, nonostante sia ancora mediamente un mezzo sicuro per viaggiare. L’emozione prevale sul ragionamento. Perdita di controllo può però anche significare che qualcun altro, al contempo, ne acquisisca e ne accumuli di più e strumentalizzi ai propri fini lo sbilanciamento di potere di controllo. Certo le nuove tecnologie ci consentono - nell’idea progressista - di controllare meglio le nostre vite. L’app per il meteo ci avverte di uscire con l’ombrello e la banca digitale ci permette la comodità di un bonifico fatto in casa. Il prezzo è però che qualcun altro abbia capacità di controllo su di noi, singoli. Altro che internet della libertà: la paura è di un super-sistema di controllo a fini commerciali e politici. Però, magari non nella solita salsa orwelliana. E già trent’anni fa si scriveva che le tecnologie comunicative si sono sviluppate nel XIX secolo per reagire alla crisi di controllo che era allora esplosa. La società dell’informazione con le sue nuove tecnologie non sarebbe altro che una Rivoluzione del controllo su ogni ambito della vita sociale, consentendo un riposizionamento del potere sistemico sull’individuo.

Fin qui la preoccupata narrazione distopica. Non dico non abbia un fondamento, anzi è bene che le persone sappiano e si pongano la complicatissima domanda secolare di “chi controlla i controllori”, di chi controlla quel quartetto di piattaforme onnipotenti - Apple, Amazon, Facebook e Google.

Attenzione però a non decontestualizzarci e a guardare con pregiudizio negativo gli sviluppi tecnologici. Tutta la nostra vita quotidiana è trapuntata dall’uso di tecnologie. Sono preziose per società che invecchiano e anche per ridurre la fatica fisica e mentale nel lavoro. È una scelta che abbiamo fatto con l’invenzione del fuoco e che abbiamo bissato di recente con quella dell’elettricità con tutti gli strumenti tecnologici che ne sono discesi.

Quindi dovremo gestire sia gli aspetti utopici che distopici della tecnologia. A esempio, è abbastanza evidente che il quartetto societario citato stia tentando di costruire un’infrastruttura d’intelligenza artificiale (Ai) attraverso una combinazione di reti di telefonia mobile, Internet of Things e tecnologie cloud : una Ai destinata a trasformare la società in un modo sistemico mai sperimentato in precedenza. Il risultato, con ogni probabilità, sarà maggior controllo e dipendenza dei mercati mondiali, a eccezione della Cina, dalle “quattro sorelle” digitali targate Usa. Di conseguenza, dietro le partnership dei data flow, visti come precondizione per lo sviluppo tecnologico di un Paese, si nasconde un nuovo tipo di colonizzazione sistemica. Solo Cina e Canada, a mia conoscenza, stanno cercando di creare strutture di governance e d’investimenti necessarie per costruire una nuova architettura pubblica per l’Ai, mentre colossi come Europa, India e Brasile, per ora, subiscono le azioni delle quattro sorelle digitali. È quindi richiesta agli stati una nuova capacità di digital building e un’autonomia agli analisti che vi operano per evitare una nuova colonizzazione che si avvalga del soft power per eccellenza, quello digitale, che consente di manipolare il presunto libero flusso di dati ai fini di analisi pubblicitarie ed elettorali.

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