Commenti

La benzina sul fuoco dell’italo-scetticismo

  • Abbonati
  • Accedi
Il futuro dell’Unione/2

La benzina sul fuoco dell’italo-scetticismo

(Fotolia)
(Fotolia)

Le elezioni italiane del 4 marzo hanno già modificato il confronto tra gli intellettuali europei sul futuro dell’euro. Giusto o sbagliato, il risultato del voto è stato interpretato come una espressione di contrarietà da parte della maggioranza dei cittadini italiani nei confronti delle ricette di politica economica che sono invece condivise dalla grande maggioranza dei governi degli altri Paesi. Questa lettura dei sentimenti politici italiani, ha resuscitato all’estero l’italo-scetticismo, cioè i dubbi ben noti sulle possibilità dell’Italia di condividere la moneta unica e rispettare spontaneamente il sistema di regole che presiede alla politica economica: finanza pubblica sana e riforme.

Anche se è un gruppo di economisti tedeschi quello che compone l’avanguardia degli italo-scettici e lo caratterizza con una retorica troppo sbrigativa, la loro posizione è considerata plausibile, o addirittura realistica, da molti analisti politici ed economici in gran parte dei Paesi dell’euro.

Sia per ragioni obiettive, sia per pretese simboliche e convenzionali, l’Italia ha un ruolo antagonistico nella cultura politica di molti Paesi europei. In un quadro di forte crescita economica dell’area-euro, le oggettive difficoltà italiane non suscitano particolare comprensione anche perché non sono più condivise dagli altri Paesi del Sud Europa, se non dalla Grecia.

Già poco prima del voto, la necessità di risolvere l’eccesso di debito pubblico e la debolezza del sistema finanziario italiani aveva ispirato una comune posizione franco-tedesca tra economisti che rinunciavano a priori a soluzioni solidali: eurobond, safe asset, gestione coordinata delle politiche fiscali, fondi di assorbimento degli shock. Lo schiacciamento dei francesi sulla posizione tedesca, ben denunciato da Paul de Grauwe e da Marcello Messori e Stefano Micossi, era un potente segnale d’allarme a proposito di come sarebbe stato recepito il voto euro-scettico dei cittadini italiani.

Proposte sull’uscita dall’euro sono state discusse in conferenze pubbliche a Francoforte e a Berlino. Nel corso di incontri e seminari a cui ho partecipato dopo il voto, ho sentito riemergere un italo-scetticismo che ha perso l’emotività semplicistica dei primi tempi, potendo far leva su un pericoloso assunto: in fondo è la maggioranza degli italiani che non vuole riconoscere le regole europee.

Il paradosso è che questi mesi dovevano essere dedicati a una riforma dell’euro-area che inizialmente Parigi e Berlino volevano ispirare a maggiore cooperazione. Negli ultimi anni, si è esercitata molta flessibilità nell’applicazione delle complesse regole di governance europea. Dietro molta cattiva retorica, si è sviluppato un dialogo tra Commissione europea, governi e parlamenti nazionali che ha incorporato nei calcoli di sostenibilità economica anche considerazioni politiche e ha tenuto conto degli impegni presi dalle istituzioni nazionali. Non è stato cioè un metodo di “governo attraverso le regole; e di regole attraverso i numeri”, ma un dialogo politico piuttosto ragionevole che ha accantonato l’eccesso di austerità imposto nei primi anni della crisi europea.

Riformando l’euro-area si voleva ora istituzionalizzare il negoziato discrezionale, attribuendo un ruolo centrale a un ministero delle Finanze europeo che avrebbe potuto far leva sui Fondi europei di garanzia e stabilità. Il carattere più politico della governance avrebbe richiesto però fiducia e consenso. Il voto italiano è diventato un motivo o un pretesto per mettere in discussione sia la fiducia, sia il consenso.

Che lo stato d’animo stia cambiando lo si capisce da un dettaglio della trattativa in corso in materia di unione bancaria. Secondo un negoziatore tedesco, Berlino vorrebbe introdurre soglie numeriche nel rapporto tra non performing loans e credito bancario da non superare se un Paese vuole far parte del sistema comune di assicurazione dei depositi (pilastro dell’unione bancaria). Si tornerebbe così indietro verso un sistema di numeri che danno forma alle regole e di regole che danno forma alla governance. Niente politica e quindi niente margini di accordi intertemporali, cioè di solidarietà.

Minore è la fiducia nel rispetto degli impegni e maggiori sono sia la dettagliata complicazione delle regole, sia la rigidità nella loro applicazione. Sappiamo che la tentazione è quella di introdurre meccanismi di ristrutturazione del debito pubblico, che come abbiamo denunciato più volte rischiano di riprodurre il catastrofico esito della decisione presa a Deauville da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel sul debito greco e che ha contribuito alla spirale di euro-crisi degli anni successivi.

I partiti italiani si confrontano con un contesto europeo che esige abilità politica e negoziale. Le legittime mozioni degli elettori devono essere convogliate in modo da non alimentare all’estero il pretesto dell’italo-scetticismo. A patto che i primi a essere scettici su un’Italia europea non siamo proprio noi.

© Riproduzione riservata