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Gli illeciti finanziari e le falle del sistema

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falchi e colombe

Gli illeciti finanziari e le falle del sistema

(Agf)
(Agf)

Il tema dell’intreccio tra finanza digitale da un lato e frode e illecito dall’altro è ormai argomento quasi quotidiano di cronaca, non solo sui media ma nella vita di ciascuno di noi, sia esso consumatore, risparmiatore, imprenditore. Ma le autorità che fanno? Su questo tema le colombe, convinte che lo Stato debba proteggere sempre e comunque tutto e tutti, vorrebbero la tolleranza zero.

I falchi, più fiduciosi nelle capacità individuali, inclusa la libertà di scelta, nonché nelle proprietà dei mercati, vedono comunque con sospetto un regolatore invasivo e tracimante. Nella realtà le autorità – finanziarie, ma non solo – sono come le tre scimmie giapponesi: non vedono, non sentono e non parlano del male – in questo caso il rischio tossico della finanza digitale - ma fino a un certo punto, che dipende da ragioni tecniche e da ragioni politiche.

Le ragioni tecniche sono legate a una caratteristica endemica della finanza: la vulnerabilità ad atti illeciti e fraudolenti, a prescindere dalla consapevolezza di singoli operatori, o intermediari coinvolti. La vulnerabilità è endemica perché dipende dalla natura dei beni e servizi offerti da banca e finanza, che è fiduciaria, quindi l’informazione non è mai completa. Qualunque scambio monetario, bancario o finanziario implica un investimento, quindi un rischio, in termini di fiducia rispetto al contraente, o al gestore, dello scambio. Il rischio consiste nell’incrociare un operatore inefficiente, oppure uno disonesto. L’operatore disonesto sfrutta le situazioni in cui lui è in vantaggio informativo, e può portare a termine il suo obiettivo illecito: truffare, riciclare, diffondere informazioni false, vendere illecitamente informazioni, e chi più ne ha più ne metta.

La generale vulnerabilità endemica della finanza all’illecito viene poi amplificata nello specifico comparto della finanza digitale, per la natura degli strumenti tecnologici utilizzata. Dove la specificità del comparto tende – e tenderà - sempre di più a coincidere con la generalità dell’industria. Se infatti definiamo finanza digitale tutti gli scambi che vengono eseguiti senza il contatto fisico diretto tra i contraenti, l’unica finanza non digitale finiscono per rimanere... le transazioni in contanti! Quindi l’illecito da finanza digitale è destinato a crescere con la crescita della stessa finanza digitale: quello da vedere è la velocità relativa dei due fenomeni. Rispetto alla vulnerabilità endemica della finanza all’illecito, dunque, parlare di tolleranza zero è utopico: la scimmia Mizaru – quella che non vede il male – non è cattiva, ma ha di fronte un fenomeno – sistematico e dinamico – difficile da affrontare con una completa efficienza. È l’utente che deve prendere contezza di ciò: mentre sto scrivendo questo articolo, una email della mia banca mi ha comunicato di un tentativo di phishing su una mia carta di debito, con una richiesta di sospensione; verificata l’autenticità della email, ho provveduto. Dimostrazione in tempo reale che ciascuno di noi può minimizzare i rischi da finanza digitale illecita, non annullarli.

Ma poi c’è una ragione politica per cui per le autorità di controllo è razionale comportarsi come la scimmia Kikazaru, quella che non sente – cioè non percepisce – il male: è che la presenza dell’illecito fa percepire all’utente l’importanza delle regole. È la teoria della quantità ottimale di ciarlatani che deve essere presente in un dato mercato, che può essere diversa da zero. Quando in un mercato – come quello finanziario – si scambiano beni fiduciari, il rischio ciarlatano – cioè di chi vende un bene che non ha le proprietà che dichiara – è sempre dietro l’angolo. Ma la presenza di un rischio ciarlatano aiuta i consumatori di prodotti finanziaria a prendere contezza dei vantaggi - e dei costi – della presenza di una regolamentazione. Soprattutto in campo finanziario, la regolamentazione ha dei costi, privati e pubblici: la giustificazione della regolamentazione è ridurre i rischi di essere vittime dei ciarlatani. Se quindi il rischio ciarlatano non è teorico, ma reale, le ragioni politiche di avere una regolamentazione - e dei controllori, che costano – si rafforzano.

Per cui il rischio ciarlatano viene tollerato. Un esempio del passato: la distinzione negli scambi borsistici – quando le Borse erano luoghi fisici – tra scambi “dentro” e “fuori” le “grida”. Un esempio recente: la tolleranza finora mostrata dalle autorità rispetto al fenomeno delle criptovalute. Oppure il caso dei derivati binari, illustrato su queste pagine da Alessandro Plateroti.

Quindi il rischio ciarlatano deve esistere, purché il danno non diventi sistemico: se il ciarlatano che vende una bevanda magica intossica una popolazione, deve essere fermato. Il rischio che una pecora venga assalita rende tutte le pecore prudenti, e giustifica il cane e il pastore; ma l’effetto gregge non può essere tollerato. Quando il rischio ciarlatano si innalza troppo, le autorità smettono di essere la scimmia Shizaru, che è quella che non parla del male. Nel campo dell’illecito da finanza digitale, significa che i riflettori delle autorità si accendono, su singoli casi si passa dagli avvertimenti ai fatti, magari scoprendo vuoti legislativi. E finisce il periodo delle tre scimmie. Vedremo quando e se – e in che casi di illecito da finanza digitale - questo accadrà.

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