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Perché il deficit americano non è poi così ampio

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L'Editoriale|effetti contabili

Perché il deficit americano non è poi così ampio

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina stanno minacciando la crescita economica mondiale. Dopo un periodo di indifferenza, anche i mercati finanziari stanno reagendo all’inasprimento dei toni tra Washington e Pechino. Tuttavia uno studio recente pubblicato dal Bureau of Economic Analysis (Bea) mette in dubbio le basi empiriche €delle rivendicazioni americane sugli squilibri commerciali a favore della Cina e ne attribuisce parte della responsabilità alle multinazionali con base in America che riescono a spostare profitti e base fiscale in Paesi diversi. Senza questi effetti contabili, il deficit commerciale americano potrebbe essere la metà di quanto dichiarato.

L’esempio che viene utilizzato dallo studio è quello dell’iPhone, il telefonino che viene venduto come “Disegnato da Apple in California. Assemblato in Cina” e il cui valore aggiunto infatti è costituito non da materie prime e assemblaggio, ma da software e qualità immateriali prodotte in California.

Proprio il carattere immateriale della produzione facilita l’imputazione del valore aggiunto in capo a sussidiarie estere della multinazionale americana in giro per il mondo, per esempio in Irlanda, Lussemburgo, Olanda o Svizzera, dove è possibile sfruttare la bassa tassazione dei profitti d’impresa. Il risultato è che contabilmente la crescita americana è deludente, la produttività dal 2004 non aumenta e il disavanzo commerciale si gonfia in misura incongrua, alimentando una pericolosa retorica sull’aggressione straniera nei confronti del benessere degli americani.

Gli autori dello studio usano come anno di riferimento il 2012, nel corso del quale la bilancia commerciale americana segna un disavanzo di 537 miliardi di dollari, analogo quindi a quello dello scorso anno. Applicando una correzione per gli spostamenti contabili operati all’interno delle multinazionali con base in America, lo studio calcola che il deficit reale scenda a 257 miliardi, meno di metà di quello ufficiale e pari a solo all’1,6% del Pil americano.

Secondo un economista di Brookings che ha rivisto i calcoli dello studio del Bea, oltre metà dei beni e servizi che vengono contati nel disavanzo americano in effetti sono prodotti proprio in America. Questo naturalmente rende più arduo sostenere che i problemi del lavoro e della manifattura americana dipendono dagli abusi dei partner commerciali esteri. Al contrario il problema sembra discendere maggiormente dal divario che si è aperto tra le produzioni tradizionali e le produzioni ad alta tecnologia. Queste ultime sono in grado non solo di competere globalmente, ma di produrre guadagni che quasi compensano le difficoltà degli altri settori. Se però il problema fosse posto in questi termini, per la politica di Washington l’argomento diventerebbe quello di promuovere la redistribuzione dei redditi all’interno del Paese o di migliorare l’offerta assistenziale e formativa da parte degli Stati americani. Tutte politiche “sociali” che vanno contro la retorica prevalente dell’era Trump.

Lo studio pubblicato poche settimane fa indica infatti che anche il problema mai spiegato del rallentamento della produttività americana, dal 2004 in poi, potrebbe risentire dell’effetto contabile all’interno delle multinazionali. Il calcolo della produttività risente ovviamente della stima del Pil che attraverso gli spostamenti di profitto all’estero risulta inferiore a quanto non dovrebbe. Rivedendo per le correzioni contabili, la produttività Usa sarebbe stata più alta dello 0,25% in ogni anno tra il 2004 e il 2008 e non a caso la differenza maggiore interessa le imprese impegnate nella ricerca e sviluppo e soprattutto nella tecnologia informatica.

Per cogliere la dimensione del problema è necessario considerare che il valore aggiunto globale delle multinazionali americane considerate è pari a 4.660 miliardi di dollari, equivalenti alla terza economia del mondo, a pari livello con il Giappone e inferiore solo a Stati Uniti e Cina. Mentre il valore aggiunto nazionale è di 3.260 miliardi.

La scelta di sfruttare i vantaggi fiscali all’estero è facilmente documentabile e dovrebbe suscitare qualche approfondita riflessione anche sui modelli economici contrabbandati come vincenti in Europa. In Paesi come Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Svizzera il rapporto tra attività totali e capitale fisico è pari a circa 300. In paradisi fiscali come Bermuda o Barbados è inferiore di circa due terzi. In paesi fiscalmente neutri come il Canada, il rapporto è solo di 6,4, circa 50 volte più basso che nei paradisi legali europei.

Per il presidente Trump, affrontare i problemi sottostanti al disavanzo ufficiale della bilancia commerciale americana, significherebbe ridiscutere il ruolo dello Stato nell’aiutare chi è vittima della trasformazione industriale e costruire una rete di assistenza e formazione più estesa ed efficace di quella avviata dal suo predecessore Barack Obama. Infine si tratterebbe di imporre comportamenti coerenti e trasparenti alle multinazionali con base in America. È al tempo stesso ovvio e sconcertante che per l’amministrazione Trump sia più facile attaccare la Cina e creare gravi tensioni in tutta l’economia mondiale.

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