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Non è facile tradurre la protesta in governo

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L'Analisi|L’ANALISI

Non è facile tradurre la protesta in governo

L’intesa o meno su un governo Lega-5 Stelle, formato cioè da movimenti che suscitano attenzione tra i nostri partner perché sospettati di essere populisti o anti-europei, avrà probabilmente una portata storica, qualunque sia il suo esito. In particolare sarà significativo se i due partiti, che controllano un’ampia maggioranza nelle due Camere, non riuscissero a formare un esecutivo e a realizzare gli ambiziosi programmi che nel corso della campagna elettorale sembravano avere molti punti di contatto tra loro. In tal caso la vicenda politica italiana farebbe pensare che – come in altri casi – nei Paesi a economia avanzata il voto anti-establishment non riesca a realizzare le aspettative suscitate negli elettori che lo hanno votato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito allo spegnersi improvviso del separatismo catalano, pur sostenuto da un voto di democrazia diretta e da clamorose manifestazioni civili. Al tempo stesso vediamo impantanarsi il processo di uscita del Regno Unito dalla Ue. Negli ultimi anni il governo greco guidato da Syriza ha dovuto rinnegare la piattaforma che aveva prodotto la sua sonora vittoria elettorale. Infine proprio in questi giorni il governo polacco sta revocando i progetti di soppressione di alcuni diritti liberali grazie al negoziato con la Commissione europea, dalla quale Varsavia riceve circa il 3% del proprio reddito annuo.

Se anche il voto italiano, che pure ha assegnato a forze politiche “non convenzionali” una netta maggioranza di eletti, dovesse risolversi in un governo istituzionale, per l’impossibilità di trovare un accordo di maggioranza sui programmi di Lega o 5 Stelle, allora si potrebbe pensare che posizioni politiche di successo nel catturare i sentimenti dell’elettorato, siano più forme di espressione della voce del popolo che veicoli realistici di azione politica.

La distinzione è importante, perché confermerebbe l’ipotesi che in economie avanzate non siano realizzabili programmi radicali. Alcuni scienziati politici ritengono che non ci sia mai stata per esempio una regressione dalla democrazia in Paesi nei quali il livello di reddito pro capite supera la soglia dei 14mila dollari all’anno. Ma considerazioni meno convenzionali riguardano i Paesi in cui i cittadini hanno compensato, lungo i decenni, una crescente sfiducia nell’azione politica con l’accumulazione cautelativa di ricchezza privata. In Italia, per esempio, dove la sfiducia nella finanza pubblica è stata controbilanciata attraverso il risparmio familiare o l’acquisto di immobili. L’ipotesi che una rivolta anti-establishment metta in pericolo la “polizza” del risparmio privato (per esempio uscendo dall’euro), forse non sarebbe coerente agli occhi di molte famiglie.

Il voto italiano a favore di una delle due forze non convenzionali non significa d’altronde che chi le ha scelte volesse dare la maggioranza assoluta del Parlamento alla politica non convenzionale. Se un elettore dei 5 Stelle o della Lega avesse saputo in anticipo che un governo sarebbe stato possibile solo con l’altro dei due movimenti non convenzionali, forse non avrebbe fatto la stessa scelta nella cabina elettorale.

Distinguere tra voto di espressione e voto di programma è importante perché nei Paesi nei quali i partiti “populisti” hanno conquistato il governo – Russia, Ungheria, Polonia o Turchia – hanno poi consolidato il loro potere anche attraverso politiche non liberali e hanno regolarmente vinto le elezioni successive con maggioranze maggiori di quelle precedenti. Un percorso che non ha eliminato gli istituti democratici, a cominciare dalle elezioni, ma ha via via ridotto i diritti e le garanzie che caratterizzano le democrazie liberali.

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