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Quel voto decisivo senza «storytelling»

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le elezioni del ’48

Quel voto decisivo senza «storytelling»

(Ansa)
(Ansa)

Rocco Scotellaro salutò le elezioni del 18 aprile 1948, settant’anni fa, con una poesia poco lusinghiera sui destini della Storia, amara e disincantata, triste come quel buio che a lui, poeta e sindaco socialista di una sperduta cittadina del materano, Tricarico, evocava quella debacle dalla portata incalcolabile: «Noi siamo rimasti la turba, / la turba dei pezzenti, / quelli che strappano ai padroni / le maschere coi denti».

I versi di “Pozzanghera nera il diciotto aprile” sono tra i rarissimi casi di un racconto che sarebbe stato auspicabile ritrovare nelle pagine dei libri, ma che purtroppo non è mai arrivato sulla carta se non nelle opere di una provincia macchiettistica alla maniera di Giovanni Guareschi; un racconto tanto necessario (perché avrebbe posto al centro una vicenda decisiva per le sorti della nazione) quanto pericoloso, almeno in quegli anni di severi contrasti ideologici. E questo fa già insorgere un sospetto: come mai narratori e poeti, nel cuore della stagione dell’impegno, non si sono occupati dello scontro elettorale? I conti non tornano se si pensa che nel segreto delle urne non si decideva soltanto la leadership di un Paese, ma il suo posizionarsi nello scacchiere internazionale e dunque si indicava un futuro da seguire: il credo occidentale o il vangelo sovietico.

La Resistenza si era conclusa appena tre anni prima e molte pagine di romanzi godevano ancora di un’aria vittoriosa, per quanto critica e problematica nelle sue contraddizioni interne, facendosi vessillo di un’epopea che aveva visto gli scrittori scendere in prima linea, diventare protagonisti a tal punto da erigere indirettamente una sorta di monumento al verbo dell’engagement: il poeta-soldato tornava a indossare i panni del vate, come lo era stato nell’Ottocento, e tramite lui si rendeva omaggio alla figura dell’intellettuale attivo nel suo tempo. Una stagione di rinnovamento morale si sarebbe potuta aprire sul tema della lotta antifascista e in quello strano connubio di passioni e testimonianze, chi aveva imbracciato il fucile non risparmiava parole per edificare il piedistallo alla letteratura fuori dalla torre d’avorio, magari sforzandosi di raccontare i fatti resistenziali in maniera poco retorica, come una impossibile storia d’amore (Vittorini) o attraverso gli occhi di un bimbo (Calvino) o entrando nei risvolti tragici e omerici (Fenoglio) o in una pedagogia esistenziale (Meneghello). Perfino chi non ha avuto il coraggio di combattere - uno come Cesare Pavese, per intenderci - ha intessuto una sorta di poetica del dubbio nella “Casa in collina” (1948).

Tutto ciò lascia intuire che dentro il circuito della letteratura civile sarebbe entrato anche il racconto del 18 aprile. Così non è stato e di fronte al dilemma dei risultati elettorali non soltanto la voce degli autori si è smorzata, ma uno strano silenzio avrebbe avvolto i fatti di quel giorno, relegandoli a qualcosa di oscuro, di poco interessante, tanto da non trovare asilo nell’immaginario letterario. Il dato si accresce di sospetti se spingiamo lo sguardo poco più in là, sulla soglia della seconda consultazione nazionale, quella del 1953, dove troviamo un romanzo di Giovanni Arpino, “Gli anni del giudizio” (1958), che racconta una vicenda di consapevolezza operaia sullo sfondo della “legge truffa”. Poco più avanti ancora, un giovane autore come Raffaele Crovi, che conosceva bene le striscianti dinamiche della Dc, avrebbe tentato la strada del romanzo parlamentare con “Il franco tiratore” (1968), narrando i tradimenti scudocrociati, orditi nel convento romano delle Dorotee e consumati poi tra i banchi di Montecitorio. Tutto si può dire tranne che sia mancato negli scrittori il desiderio di cimentarsi con il tema politico. Con una grave lacuna appunto: lo scontro tra De Gasperi e il duo Togliatti-Nenni. All’origine di questo silenzio è probabile che abbia agito un processo di rimozione emotiva (prima ancora che politica), una reazione inconscia, finalizzata a elidere una delle questione che la classe degli intellettuali avrebbe fatto bene a comprendere fino in fondo e che invece non ha intercettato, scansando per chissà quale negligenza (forse l’appartenenza politica, forse l’obbedienza ideologica) l’apparente incongruenza tra i dati usciti dalle urne e le condizioni di vita delle classi meno agiate, considerate erroneamente dal Fronte popolare il bacino più affidabile da cui attingere voti. Le schede scrutinate non avrebbero soltanto sancito la fine di una facile sovrapposizione (non sempre la povertà si sposa con il marxismo), ma avrebbero svelato una debolezza strutturale nel carattere della nostra classe intellettuale, che preferì lasciare in bianco una pagina di un potenziale libro anziché affrontare le ombre e gli spettri del proprio fallimento.

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