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Emergenza finita, ma non è una fase di restrizione

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la decisione della Bce

Emergenza finita, ma non è una fase di restrizione

È la fine della politica monetaria d’emergenza, ma non l’inizio di una fase di restrizione. Allineandosi alla Fed e alla Bank of England che da tempo hanno abbandonato il Quantitative easing, la Bce ha usato ancora più cautela delle consorelle anglosassoni.

In primo luogo, aveva accuratamente preparato la decisione di oggi, che infatti era largamente anticipata. Inoltre, ha dato due indicazioni fondamentali: i tassi di politica monetaria rimarranno agli attuali livelli (eccezionalmente bassi) fino all’estate del 2019 e comunque per tutto il tempo necessario a garantire un tasso di inflazione vicino all’obiettivo del due per cento.

Ancora più importante è l’annuncio (atteso ma non scontato) che la Bce continuerà a reinvestire i titoli che giungeranno a scadenza, quindi eviterà di creare pressioni aggiuntive al mercato dei titoli pubblici europei.

Va sottolineato che la decisione di oggi è il coronamento del successo di una politica monetaria non ortodossa che molti Paesi dell’eurozona hanno osteggiato prima e guardato con diffidenza dopo. Ma i dati macroeconomici mettono in fila una serie di vittorie: lo spettro della deflazione è stato esorcizzato, la ripresa economica si è ormai consolidata (e secondo le previsioni di Francoforte continuerà fino al 2020), mentre il credito è tornato ad affluire normalmente a famiglie e imprese. Risultati che nel 2015, quando il Qe è iniziato, pochi osavano sperare. L’adattamento alla nuova situazione (meglio: all’abbandono delle terapie eccezionali) richiederà capacità di adattamento ai Paesi dell’eurozona come sta già avvenendo in America e nel Regno Unito, ma si deve sottolineare che i profeti di sventura che avevano predetto che l’euro non avrebbe retto all’impatto della Grande Crisi Finanziaria sono stati smentiti. In sede di conferenza stampa, Mario Draghi ha sottolineato almeno in un paio di occasioni che il «rischio di ridenominazione» (termine soave per morte della moneta unica) non si è riaffacciato neppure in tempi recenti. Il riferimento era ovviamente all’Italia, ma qui il presidente della Bce ha ricordato con ironia che l’unione monetaria include ormai 19 Paesi e dobbiamo imparare a convivere con 19 cicli elettorali.

Il problema è più generale. Come ha detto pochi giorni fa Peter Praet membro del Comitato direttivo della Bce, l’adattamento al dopo crisi delle principali economie comincia ora: la crescita è consolidata (per l’Eurozona il 2017 è il quinto anno consecutivo) ma inferiore al trend precedente perché si è ridotto il tasso di interesse a lungo termine compatibile con una crescita sostenibile. Il problema è che questo tasso non dipende dalle banche centrali, ma dalla politica economica, dunque dai governi dei Paesi membri e dalle istituzioni comunitarie. Senza un meccanismo di condivisione dei rischi finanziari (come aveva già ribadito Ignazio Visco in occasione della relazione della Banca d’Italia) e senza gli strumenti per una politica fiscale comune, l’Europa rischia di disperdere il patrimonio di venti anni di moneta comune e di sei anni di politiche monetarie che hanno dimostrato che si può uscire anche da una crisi economica senza precedenti. È però chiaro che le misure per arrivare a un’autentica condivisione dei rischi comportano un salto di qualità che finora è mancato perché i principali Paesi si sono arroccati dietro la scelta sterile prima ancora che ipocrita di negare la dimensione europea dei problemi e di richiedere che prima ogni Paese metta ordine in casa propria. Per il nostro caso, basti pensare all’atteggiamento sul debito pubblico oppure a quello sulle crisi bancarie.

Draghi difende leuro e prepara laddio al «Qe»

La Bce ci dice oggi che l’ombrello delle politiche monetarie eccezionali si sta chiudendo e che la politica deve mostrare di meritarsi il sostegno che la banca centrale ha saputo assicurare. È significativo che questa importante fase coincida con gli ultimi mesi del mandato di Mario Draghi, che già nel 2012 aveva avuto il grande merito di annunciare che la Bce avrebbe fatto «tutto il possibile» per salvare l’euro. Sempre in sede di conferenza stampa, il presidente ha almeno in un paio di occasioni sottolineato che se oggi non c’è traccia di un rischio di rottura dell’euro è perché le discussioni si svolgono senza mettere in discussione la costruzione della moneta unica; evitiamo – ha aggiunto – di «distruggere ciò che è stato fatto con tanti sacrifici». Non ci potrebbe essere sintesi più efficace dei problemi che abbiamo davanti.

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