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a tu per tu. l’intervista

Alessandro Benetton: «Il cambiamento non fa paura». Parola di chi affronta le sfide

Alessandro Benetton
Alessandro Benetton

«La distribuzione della ricchezza così com’è non è più sostenibile, con questa forchetta che si amplia sempre di più fra chi sta bene e chi non sta bene. Il capitalismo oggi non è morto, non è finito, ma sicuramente si deve porre dei punti interrogativi per diventare qualcosa di più contemporaneo». A parlare non è un rappresentante della sinistra radicale o di un’Ong che opera nei Paesi in via di sviluppo.

È Alessandro Benetton, imprenditore e investitore che con la sua società 21 Investimenti ha da poco raccolto un fondo da un miliardo di euro con il partner inglese Aberdeen Standard Investments. Campo di gioco stavolta sarà l’Europa con un arco temporale degli investimenti del fondo di 15 anni.

Una bella sfida per l’imprenditore che si è presentato alle trattative con il gruppo scozzese con un track record di tutto rispetto: «Lavoro in questo mercato da 25 anni, le partecipate da 21 Investimenti contano oggi un fatturato aggregato di un miliardo e mezzo e circa 8mila dipendenti e il rendimento sugli investimenti è stato del 20% nell’ultimo ventennio. I risultati, però, vanno letti alla luce delle scelte industriali: il rapporto con la sostenibilità è un punto chiave; non abbiamo fatto poi ricorso particolare al debito; abbiamo mantenuto un rapporto con il territorio di riferimento; abbiamo puntato sulla crescita occupazionale, sulla formazione e sulla ricerca e sviluppo».

Ci incontriamo negli uffici di 21 Investimenti a Villorba alle porte di Treviso, in un giorno di pioggia primaverile. La sala dei nostri colloqui è sempre la stessa, al primo piano dell’edificio: un tavolo lungo di legno, poche sedie e un quadro di Mr Brainwash che domina la stanza con Einstein che sorregge un cartello in cui campeggia la scritta “Love is the answer” e nonostante si stia parlando di soldi non sembra stonare. D’altra parte l’incontro fra Benetton e l’arte ha radici lontane e si è consolidato nel tempo. «Ero su un aeroplano seduto accanto a una signora molto elegante che leggeva un libro con una fotografia di un quadro di Fontana. In quell’occasione chiesi cosa c’era di interessante in un’opera che avrei potuto fare anch’io. I dieci minuti successivi furono illuminanti e nacque così la mia passione per l’arte». E oggi Benetton vive con la moglie Deborah Compagnoni e i tre figli (Agnese, Tobias e Luce) in una residenza a Ponzano Veneto, progettata come “casa invisibile” dall’architetto giapponese Tadao Ando in cemento e vetro nascosta da colline e alberi. Nelle stanze opere di Fontana, Warhol, Murakami e Hirst. Una cura per la privacy e la bellezza che caratterizzano un po’ tutte le sue scelte di vita e professionali, ma che non lo isolano rispetto a ciò che avviene nel mondo. «Ci troviamo di fronte ad un cambio di paradigma. Ci sono dei meccanismi che non sono più sufficienti per come sono stati disegnati. La distribuzione della ricchezza di cui parlavamo, ad esempio. E ci sono pensatori visionari come Bill Gates, che parlano già da tempo di capitalismo creativo. Chi è più fortunato deve pensare a chi ha bisogno di una via di sviluppo per un fatto di risorse, storia o cultura. Noi alla 21 Investimenti abbiamo sempre puntato sulla qualità della social corporate responsability, sulla responsabilità verso il territorio, sul rapporto di trasparenza con clienti e fornitori, su un ambiente di lavoro positivo per tutti i dipendenti. Un modello, quello che perseguiamo, che Al Gore, quando lo incontrai, definì contemporaneo, perché lo sforzo nei confronti degli altri non è percepito come un costo ma come un’opportunità, andando oltre la pura filantropia» racconta Benetton, camicia azzurra con maniche arrotolate come chi non ha bisogno di un abito per darsi importanza. D’altra parte ha al suo attivo 10 fondi raccolti fra Italia, Francia e Polonia per un totale di circa 1,6 miliardi di euro e investimenti in 96 aziende con storie da case history come The Space Cinema, Pittarosso e in ultimo Forno d’Asolo. Aziende che, dal 2008 ad oggi, in media sono cresciute ogni anno del 12% in termini di fatturato, del 14% in margine operativo lordo (Ebitda); nel periodo di investimento il numero di dipendenti è più che raddoppiato.

Alessandro Benetton, nato a Treviso nel 1964, si potrebbe definire «imprenditore di prima generazione», perché, sottolinea, «faccio parte di una famiglia che gestisce diverse attività alla cui gestione non partecipo in modo attivo. A 28 anni ho iniziato un’attività mia in un’industria diversa da quella della mia famiglia in una fase in cui il mondo dei fondi chiusi in Italia era sconosciuto». Era il 1992, quando Benetton, a ventotto anni, fondò la holding di partecipazioni 21 Investimenti dopo anni di studio negli Stati Uniti terminati con la laurea in business administration all’Università di Boston (1987) e il master in business administration ad Harvard, con relatore Michael Porter (1991). «Quando sono tornato da Harvard avrei dovuto partecipare alla diversificazione che allora la mia famiglia stava attuando nel settore dello sport (Nordica, Prince e Rollerblade), dove aveva deciso di replicare la ricetta del successo avuto con l’abbigliamento. Nonostante gli eccellenti risultati del momento, io pensavo invece ci fosse la necessità dell’aggiornamento del modello di business. Nella distribuzione di quel settore tutto sarebbe cambiato. Ma non trovai terreno fertile. Avevo infatti in mente una sorta di algoritmo che è diventata poi la strategia della 21 Investimenti per aiutare le piccole e medie imprese a crescere e per come sono andate le cose dopo 25 anni, ora posso dire che la sfida è stata vinta». E che Benetton sia portato per le sfide lo dimostra anche la sua predisposizione agli sport: primo fra tutti lo sci, disciplina in cui ha raggiunto i massimi livelli come istruttore federale, ma anche kite surf e in ultimo surf. Disciplina, concentrazione, perseveranza, umiltà, divertimento sono le cinque lezioni che dice di aver imparato dallo sport e portato nel suo fare impresa. Fra gli altri Benetton ama citare Michael Jordan: «I’ve failed over and over and over again in my life. And that is why I succeed». E negli sport Benetton sfida se stesso e la natura e a ogni caduta si rialza. Un po’ come è stato con il Gruppo 21, che ha avuto diverse fasi e non tutte indolori. «Nella vita, ogni nuovo inizio richiede un mix di coraggio e sana follia. Quando si comincia qualcosa di nuovo si costruisce un tesoro di esperienze, da cui attingere per correggere il tiro, quando necessario» è l’idea che lo ha accompagnato in ogni nuova impresa e di fronte al cambiamento epocale che stiamo vivendo è ancora più convinto che bisogna guardare in faccia al futuro senza averne paura: «Ci sono statistiche che possono spaventare, basta pensare che secondo alcune stime di McKinsey nel 2030 tra i 15 e i 50 milioni di posti di lavoro saranno sostituiti dalle macchine negli Stati Uniti. Se poi aggiungiamo che si prevede che 15 trilioni di stipendi verranno sostituiti da un lavoro tecnologico, sono numeri che fanno spavento. Ma l’innovazione, la digitalizzazione e la tecnologia sono opportunità che l’uomo saprà cogliere e governare in modo appropriato». E con l’innovazione Benetton si confronta partecipando all’advisory committee di Bosch, una finestra sull’evoluzione nel machine learning e nell’intelligenza artificiale. «Dai meeting torno con la consapevolezza che ci sono Paesi come Stati Uniti e Cina che hanno abbracciato in modo profondo il cambiamento. In Italia dobbiamo lavorare tanto perché sicuramente partiamo da lontano. Ma la vera sfida sarà affrontare il dibattito etico e regolatorio che questa evoluzione ci pone a livello di politica, governi, istituzioni e imprese prima di tutto. In questo la visione europea ci deve venire incontro perché non ci sono alternative. In un’economia destinata ad essere sempre più improntata alla condivisione sociale, nessuno può permettersi una visione di chiusura. L’Europa è indispensabile, ma è necessaria una continua tensione al miglioramento che porti a reinterpretare l’Unione Europea non in senso strutturale, ma come declinazione a livello locale per ogni Paese. Anche una multinazionale interpreta in modo diverso le proprie politiche e le proprie strategie in base ai Paesi in cui opera».

Una fase di veloce cambiamento non estranea alle pmi che costituiscono la gran parte del tessuto industriale italiano. «Il cambiamento a volte è discontinuità. Ci sono elementi rivoluzionari che portano a un cambio di scrittura, a nuovi bisogni e a cambi strutturali. Spesso si vivono delle resistenze di fronte a un’evoluzione repentina e invece è importante superarle a favore di cambiamenti sociali, culturali e tecnologici. Gli imprenditori italiani hanno una nuova consapevolezza e stanno dimostrando un apprendimento veloce dei nuovi paradigmi. In Italia ci sono molti imprenditori di valore che si stanno riconvertendo più in fretta di quanto ci potessimo aspettare». Una effervescenza che non prescinde dall’internazionalizzazione. «Con il gruppo Nadella, ad esempio, abbiamo acquisito due stabilimenti in Germania e abbiamo portato il loro know how in Italia. L’apprendimento e l’innovazione non hanno confini. Di sicuro non sarà la creazione di barriere la via da percorrere, perché le economie sono sempre più intrecciate tra loro». Una visione del futuro condivisa anche nei colloqui con l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger: «Kissinger è una delle persone con cui sono sempre onorato di potermi confrontare, così come con Michael Porter. Quando parli con lui non ci sono limiti storici alle sue analisi, ha un pensiero lucido sul futuro. È come un geniale giocatore di scacchi che fa le previsioni sulle mosse dei diversi Paesi. A livello mondiale è un grande sostenitore del dialogo, attraverso il quale, a suo avviso, passa il progresso».

Il futuro del capitalismo, la riforma dell’Unione Europea, le sfide dell’innovazione, la visione del futuro dell’imprenditoria italiana. E la politica? «Il miglior contributo che posso dare al mio Paese è fare quello che so fare e con la qualità a cui sono abituato. Ognuno dà il meglio dove ha le sue passioni».

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