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Le divisioni che fanno il gioco dell’ultradestra

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Le divisioni che fanno il gioco dell’ultradestra

Una lampante quanto significativa eterogenesi dei fini è la mutazione, avvenuta da un giorno all’altro, dell’agenda dei lavori del Consiglio europeo in corso a Bruxelles. In cima ai temi che si sarebbero dovuti trattare nel vertice indetto da tempo fra i capi di Stato e di governo della Ue figuravano infatti (per iniziativa, in particolare, del presidente francese Emmanuel Macron) la riforma dell’Eurozona, a cominciare dalla formazione di un bilancio comune e di un fondo di investimenti più consistente per la crescita dell’economia, nonché il rilancio del processo d’integrazione dell’Unione europea mediante una strategia omogenea in fatto di politica estera, difesa e sicurezza.

Adesso invece ci si trova a discutere nel summit di Bruxelles soprattutto, se non esclusivamente, della questione migratoria: senza, peraltro, che al riguardo si sia giunti a una possibile intesa, in linea di massima, nell’incontro preliminare tenutosi qualche giorno fa, per di più disertato dai rappresentanti del Gruppo di Visegrad, d’altronde contrari da sempre al sistema delle quote per la redistribuzione degli immigranti richiedenti asilo.

È fuor di dubbio che a imporre il problema di una revisione a tutti gli effetti del regolamento di Dublino sia stato il nuovo governo giallo-verde italiano contestando innanzitutto l’assunto che contempla l’obbligo dell’accoglienza dei migranti e la responsabilità per ogni loro richiesta d’asilo al primo Paese d’arrivo nell’Unione europea. Negli ultimi anni queste norme hanno gravato quasi per intero sul nostro Paese, dopo la chiusura della rotta balcanica negoziata nel marzo 2016 da Bruxelles (tramite Angela Merkel) con la Turchia di Erdogan, impegnatosi a trattenere in propri campi d’internamento le ondate di profughi dalla Siria e da altre “aree calde”, nonché di migranti per motivi economici in cerca di fortuna nei Paesi del Nord Europa, in cambio di un ragguardevole finanziamento da parte della Ue. Nel frattempo l’Italia è stata lasciata pressoché sola nei salvataggi in mare e nella gestione dei flussi migratori provenienti, attraverso il Mediterraneo centrale, da varie contrade africane: senza che ci si preoccupasse a Bruxelles per le crescenti reazioni d’insofferenza e le prevedibili conseguenze politiche che questo stato di cose avrebbe alla lunga generato, ma ritenendo che a neutralizzarle sarebbe bastato accordare a Roma qualche margine di flessibilità nella manovra finanziaria.

Oltretutto si è continuato, in pratica, a sottovalutare la portata di un fenomeno epocale come l’odissea di una gran massa di gente in fuga dalle zone più diseredate del Quarto mondo. Col risultato che questo nodo altrettanto spinoso quanto ineludibile ha finito col relegare in second’ordine, nel vertice in atto a Bruxelles, le questioni ancorché cruciali concernenti la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Esm) e l’adozione di un adeguato sistema collegiale di assicurazione e garanzia dei depositi bancari in caso d’emergenza. E ciò nonostante Parigi e Berlino si siano adoperate nei mesi scorsi per cercare di ricucire le loro sostanziali divergenze in proposito e su altri dossier.

A complicare ulteriormente la situazione è sopraggiunta ora la disputa insorta fra la Merkel e il suo ministro dell’Interno e leader della Csu Horst Seehofer, che vorrebbe respingere, alla frontiera della Germania, quanti risultano già approdati e registrati fra i richiedenti asilo in altri Paesi della Ue. La questione dei “movimenti secondari” dei rifugiati ha reso perciò ancor più ardua la ricerca di una soluzione efficace e condivisa: tanto più se si considera, oltre all’avversione pregiudiziale dei Paesi dell’Est a uno smistamento proporzionato dei profughi, anche la riluttanza di quelli scandinavi a farsi carico di qualsiasi genere di solidarietà e cooperazione che comporti determinati oneri finanziari.

Nel pur accidentato itinerario dell’Europa mai si è assistito a tanti e così forti scontri nazionali di principio e d’interesse muro contro muro. Al punto che si profila il rischio di uno sgretolamento delle istituzioni comunitarie. Anche perché, qualora non si arrivasse a Berlino a una composizione del dissidio fra la Merkel e Seehofer, salterebbe la Grosse Koalition (già esposta a un ripensamento dei socialdemocratici) e avanzerebbe sulla scena politica l’ultradestra. In tal caso la Germania, da bastione (sia pur controverso per i suoi rigidi dettami di austerità) quale è stata finora dell’Unione europea, si trasformerebbe in una sorta di mina dirompente per l’assetto e il futuro del continente.

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