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Tassi e 2019, tempesta perfetta da evitare

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L'Editoriale|falchi & colombe

Tassi e 2019, tempesta perfetta da evitare

Se vuoi la pace prepara la guerra. È un messaggio che vale oggi per le banche centrali dei Paesi avanzati per ridurre il rischio che domani – più precisamente nel corso del 2019 – possa scatenarsi sui mercati la tempesta perfetta.

Dal punto di vista macroeconomico, l’economia mondiale del 2018 assomiglia a una bella giornata soleggiata di giugno: la crescita – nonostante qualche rallentamento – continua, gli occupati aumentano, l’inflazione è bassa – del rischio deflazione non si parla più. Ma nel cielo di giugno ci possono essere nuvoloni neri. Nel caso dell’economia, è la crescita del debito, pubblico e privato.

Sappiamo che l’ammassarsi dei nuvoloni sono il prezzo che si è dovuto pagare per evitare che la Grande crisi del 2007-2008 producesse ancora più danni di quelli che ha già prodotto.

Le banche centrali hanno messo in atto politiche eccezionalmente espansive: la crescita della moneta è stato un moltiplicatore di debiti per tutti: Stati, banche, imprese, famiglie. Prima della Grande Crisi, la finanza aveva assunto una fisionomia che si riassume con tre caratteristiche: grande, complessa e interconnessa. Anche allora, l’economia mondiale cresceva in modo stabile, con una inflazione bassa e stabile: un’altra giornata soleggiata. Anche allora, i nuvoloni neri della finanza incombevano. Quasi tutti li trascurarono; sappiamo come è andata a finire.

Dopo dieci anni, la finanza è ancora più grande, complessa e interconnessa. Ma almeno due cose le abbiamo imparate. La prima è che quando il debito è rilevante, complesso e interconnesso qualsiasi evento rilevante negativo può essere il fiammifero gettato nel bidone di benzina. Di fiammiferi pronti a essere accesi ce n’è più di uno, a partire dalle minacce di una guerra protezionistica e dal debito dei Paesi emergenti; soprattutto, una serie di eventi riguardanti in particolare l’Europa potrebbero essere considerati un fattore di incertezza; una lista – sicuramente incompleta – comprende la Brexit, le elezioni del Parlamento europeo, le vicende politiche dei Paesi a bassa crescita e alto debito – Grecia e Italia – e anche magari il cambio della guardia al vertice della Banca centrale europea (Bce). Non possiamo sapere oggi cosa i mercati giudicheranno domani come notizia che sia al contempo rilevante e negativa. Quello che sappiamo – è la seconda lezione – cosa dovrebbero fare le banche centrali. Le banche centrali dovrebbero muoversi lungo tre direttive, con una intensità che varia a seconda del perimetro dei poteri di ciascuna di esse: prevedibilità della politica monetaria; sviluppo della politica macro prudenziale; arricchimento del coordinamento internazionale, con particolare attenzione allo operazioni swap.

La politica monetaria deve essere il più possibile prevedibile, soprattutto quando – come sarà a cavallo tra il 2018 e il 2019 – tutte le banche centrali attueranno – auspicabilmente – una strategia di normalizzazione. La prevedibilità dipende dall’assetto istituzionale della banca centrale – più indipendente è meglio è – e dall’adozione di una regola monetaria flessibile – cioè avere come compito la stabilizzazione macroeconomica, avendo come obiettivo primario la stabilità monetaria. Ad oggi tutte le analisi empiriche confermano che indipendenza e focalizzazione sulla stabilità monetaria sono le due caratteristiche che danno le maggiori garanzie in termini di performance complessive. In termini di prevedibilità, la classifica delle maggiori banche centrali vede in testa la Bce, in fondo la banca centrale americana (Fed); sarebbe augurabile che quest’ultima recuperasse il suo ritardo.

La politica macro prudenziale deve invece uscire da un pericoloso limbo. Da un lato, tutti concordano che il miglior strumento per affrontare i rischi macroeconomici che una finanza grande, complessa e interconnessa non è la politica monetaria, ma appunto la politica macro prudenziale. Da un altro lato, il disegno della politica macro prudenziale è ancora ricco di incognite, in termini di sua efficacia ed efficienza. Il risultato è spesso un disegno della governance di tale politica ambigua, o nei fatti addirittura assente, con tutti i rischi sistemici che questo implica.

Infine è nell’interesse di tutti che le banche centrali sviluppino gli strumenti di coordinamento a loro disposizione. Particolarmente promettente potrebbe essere lo sviluppo delle operazioni swap tra banche centrali. Una operazione swap per ciascuna delle banche centrali coinvolte può rappresentare uno strumento di controllo della liquidità alternativo ai due canali finora maggiormente utilizzati: i rapporti bilaterali con le banche e le operazioni su titoli – pubblici e privati – effettuate attraverso i mercati finanziari. Una differenza sostanziale è che le operazioni swap non possono essere “accusate” di essere uno strumento indiretto di politica fiscale. L’efficacia della azione delle banche centrali – anche in termini di maggiore indipendenza – ne trarrebbe beneficio.

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