Commenti

Una Francia più integrata in campo che fuori

  • Abbonati
  • Accedi
il trionfo mondiale dei «blues»

Una Francia più integrata in campo che fuori

Epa
Epa

Di fronte a un evento sportivo che vede protagonisti 22 ragazzi in pantaloncini e viene visto in tv da centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo, due reazioni sono da evitare: lanciarsi nelle scienze sociali da cabaret, con la pretesa che il calcio sia specchio perfetto della realtà politico-economica internazionale, oppure minimizzarne l’importanza simbolica e sostanziale in un mondo in cui il campo da calcio ha sostituito le trincee. Non dimentichiamoci che hanno vinto la Coppa del Mondo Paesi che di lì a poco avrebbero vissuto crisi profonde come l’Italia nel 1938 e l’Argentina nel 1978, ma anche del ruolo del pallone nel dorare l’immagine di nazioni ospiti come la Spagna nel 1982 e la Germania nel 2006 (e delle rispettive nazionali nel 2010 e nel 1974).

Cosa leggere allora nella vittoria dei Bleus? Intanto un trionfo di comunicazione per la Francia, che in poco più di 12 mesi si è sbarazzata della reputazione (più o meno meritata) di Paese restio a ogni cambiamento, per convertirsi in un paradigma di coolness, capace di dare un tocco digitale al suo soft power secolare e di coltivare un ecosistema imprenditoriale dinamico e aperto. La squadra di Didier Deschamps ben sintetizza queste caratteristiche: è giovane (e del resto, dalla finale di Berlino nel 2006, in Francia sono nati quasi 10 milioni di bimbi, in Italia 6,3 milioni); è internazionale, sia nelle origini (ai 14 giocatori schierati a Mosca corrispondono 14 genitori nati all’estero), sia nel profilo professionale (solo due giocano in Ligue 1, gli altri sono sparsi per l’Europa come Deschamps quando vinse nel 1998); ed è il risultato di una politica attiva di sostegno allo sport, fatta di impianti pubblici accessibili e ben mantenuti, formazione di base e preparazione all’agonismo. In sintesi, il successo di Mosca, insieme alle celebrazioni parigine, fa da cassa di risonanza globale al messaggio di progressismo fortemente europeista di Emmanuel Macron e verrà diffuso in lungo e in largo nei mesi a venire.

La questione è molto più complessa quando si analizza il nesso tra il calcio “black-blanc-beur” della Francia e l’integrazione. Oltralpe non è lecito raccogliere statistiche demografiche su base etnica e pertanto si dispone solo di stime più o meno precise sull’entità della popolazione “black” (almeno 3 milioni di persone) e “beur” (sono 5,7 milioni i cittadini musulmani, in gran parte arabi, secondo uno studio 2017 del Pew Research Centre). Al di là della cifra esatta, è evidente che sul totale della popolazione francese (67,2 milioni al 1° gennaio 2018) sono percentuali minori che allo Stadio Lužniki, dove a fianco di una esigua rappresentanza “blanc” sono scesi in campo ben 8 giocatori più o meno “black (un paio hanno un genitore di origine europea) e un beur. Una composizione che non è rappresentativa della popolazione totale, ma che suscita lo stesso un immenso sentimento di orgoglio nazionale. Da un lato, la maggioranza franco-francese (nella misura in cui si possa parlare in questi termini in un Paese che ha assorbito nei secoli milioni di immigrati del Sud e dell’Est dell’Europa) si riconosce pienamente in un gruppo di ragazzi dai tratti somatici non tradizionali – quasi commoventi le immagini di borghesi dei beaux quartier travestiti con le maglie di giocatori dai nomi completamente africani. Dall’altro, la minoranza non-bianca osserva quasi sbigottita il successo dei suoi eroi in un terreno dove apparentemente regna la meritocrazia e lo celebra cantando la Marsigliese e la sua chiamata alle armi contro l’invasore dal sangue impuro. Con buona pace dei sovranisti di casa nostra secondo cui la Francia multietnica e multiculturale ha rinunciato a essere Patria per conquistare un Mondiale.

Nondimeno, se il 15 luglio 2018 contribuisce a forgiare una nuova identità transalpina, questa volta nessuno o quasi si illude che l’estemporanea fratellanza “black-blanc-beur” sia sinonimo di égalité. Dopo la prima stella del 12 luglio 1998 (quando non scese in campo nessun giocatore nero nato nelle banlieue e Zidane fu l’unico di origine nord-africana) si abbondò nella retorica a buon mercato. Nei 20 anni successivi le discriminazioni sono continuate e forse si sono pure intensificate. Secondo France Stratégie, l’istituto indipendente che consiglia il governo sulle politiche pubbliche, costano svariati punti di Pil (tra 3,6% e 14,1% a seconda dello scenario) perché impediscono di utilizzare al meglio le risorse umane a disposizione della società e dell’economia. A farne le spese sono soprattutto le donne di origine africana, ma anche antillese. E discriminazioni non si limitano al mercato del lavoro: un altro organismo indipendente, il Défenseur des droits, ha calcolato che i giovani “percepiti come neri o arabi” hanno una probabilità 20 volte più elevata di essere fermati dalle forze dell’ordine per un controllo casuale. Senza dimenticare che i gol fatti dai Bleus non hanno impedito né la presenza dell’estrema destra xenofoba al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2002 e del 2017, né le rivolte del 2005, né la radicalizzazione dei francesi di prima o seconda generazione. La realtà, insomma, è una cosa seria – come diceva famoso filosofo serbo, «partita finisce quando arbitro fischia».

© Riproduzione riservata