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Più capitali privati per rilanciare le infrastrutture

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Scenari

Più capitali privati per rilanciare le infrastrutture

(Agf)
(Agf)

Uno dei problemi maggiori per l'economia dell'Eurozona, e per l'Italia in particolare, resta il basso tasso di crescita degli investimenti, in particolare modo quelli legati alle infrastrutture che restano inferiori del 20% rispetto ai livelli pre-crisi (1,8% del Pil nel 2017 rispetto al 2,2% del 2009). Solo in riferimento agli investimenti per le reti infrastrutturale dei trasporti, dell'energia e delle telecomunicazioni il fabbisogno stimato dalla Commissione europea al 2020 è di 1,5 trilioni di Euro, un importo di gran lunga superiore alle risorse complessive previste dal Piano Juncker. Nonostante la crescita del PIL dell'area euro abbia assunto caratteristiche più solide e generalizzate (+2,5% nel 2017), le differenze tra i Paesi membri dell'Eurozona restano elevate. In particolare, i livelli di indebitamento raggiunti da diversi Paesi dell'area Euro, unitamente alle rafforzamento delle regole di bilancio introdotte dall'UE a partire dal 2011, rendono le loro economie più vulnerabili e più esposte all'instabilità dei mercati e a improvvise variazioni dei tassi di interesse.
La dinamica degli investimenti fissi lordi in Italia appare ancora più preoccupante. Tra il 2005 ed il 2015 gli investimenti sono crollati del 26,3%, per un importo pari a oltre 90 miliardi di euro. Una contrazione molto più forte rispetto a quella che ha interessato, nello stesso periodo, l'area dell'euro. Inoltre si è ridotto il livello degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale (-1,5 per cento tra il 2008 e il 2014 a fronte di un incremento della media europea dell'11,8 per cento), che includono anche gli investimenti in ricerca e sviluppo. Un ulteriore segnale di indebolimento della capacità di innovazione del sistema Italia e del rischio di restare ultimi in Europa nella competizione globale.
Per intraprendere la strada del cambiamento, il nostro Paese deve investire in modo più consistente rispetto al passato, soprattutto nei settori in grado di assicurare una crescita sostenibile, quali l'energia, le infrastrutture di trasporto e di comunicazione, gli impianti industriali e di servizio, le tecnologie di adattamento ai cambiamenti climatici e di eco innovazione, le infrastrutture civili e sociali, le spese in ricerca e sviluppo. Un obiettivo impossibile se i margini di manovra della spesa pubblica restano minimi perché sottoposti ai vincoli delle regole europee di bilancio (Fiscal Compact) e se la crescita continua ad essere contenuta, e quindi insufficiente a riportare il rapporto debito/Pil entro i parametri richiesti dall'UE. Nel contempo, nonostante la riduzione intervenuta nei tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento della BCE, il costo del debito continua ad essere elevato (oltre il 2% in media rispetto allo 0,7 della Francia e 0,4 per la Germania) sottraendo ingenti risorse al Paese e ai suoi contribuenti. Negli ultimi dieci anni l'onere del pagamento del debito ha comportato un esborso di oltre 750 miliardi di euro.
Un problema questo, bassi investimenti, bassa crescita e debito difficilmente comprimibile, che il governo appena insediatosi dovrà necessariamente affrontare senza infingimenti e senza esitazioni. Nonostante il dibattito politico su questo tema sembri più orientato a minacciare i responsabili europei (non rispetteremo le regole dell'UE) che non a trovare soluzioni sostenibili per favorire la crescita degli investimenti senza aumentare il debito pubblico, si è dell'avviso che occorra una riflessione profonda e forse una reinterpretazione del ruolo che lo Stato deve assumere, non solo come regolatore di interventi di riallineamento degli interessi privati con gli interessi collettivi, ma come attuatore di soluzioni di sistema adeguate alla complessità delle sfide che l'Italia deve affrontare.
Occorre anche tenere conto che nel capitalismo finanziario attuale, i mercati non sono più i luoghi dell'investimento, ma i teatri della liquidità e se “l'accumulazione di capitale di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male” come sostenuto da Keynes. Servono, pertanto, risposte che non assurgano a contromisure al capitalismo finanziario, ma siano in grado di interrompere lo sviluppo di un mercato finanziario globale separato dall'economia concreta. I boom e i bust finanziari viaggiano a medio termine e gli intermediari finanziari, invece, comprimono i tempi di reazione accorciando gli orizzonti decisionali. Questo iato tra i tempi economici più lunghi e gli orizzonti decisionali della finanza troppo brevi, aiuta a capire perché si tendano a favorire politiche di gestione della domanda di strumenti finanziari a breve e non si abbandoni un modello di crescita trainato unicamente dal debito ricostituendo un clima di fiducia tra la finanza e l'economia reale.
Se l'obiettivo è, dunque, quello di favorire la ripresa degli investimenti di lungo periodo, non si può non accennare anche alla necessità di fare ricorso a modelli investment friendly per la raccolta di capitali (nazionali ed esteri) da destinare al finanziamento di progetti già in essere (Brownfield) o da realizzare (Greenfields) in grado di produrre flussi di entrata prevedibili e di assicurare rendimenti certi agli investitori. Investimenti di questa natura, in particolare nel settore delle infrastrutture e dell'energia, con l'intervento di public utility, sono stati realizzati in Canada e in Australia, per un ammontare pari a circa il 15% degli investimenti complessivi. Un'esperienza che è risultata positiva per questi paesi e che può essere riproposta anche per i Paesi dell'UE dove è stato introdotto nell'aprile del 2015 un regolamento che istituisce un fondo per gli investimenti a lungo termine, ELTIF (European Long Term Investment Fund).
Gli ELTIF sono progettati per indirizzare il risparmio privato verso l'economia reale e concepiti come veicoli di investimento in grado di integrare le risorse degli istituti di credito e convogliare i finanziamenti verso le imprese e le infrastrutture dei Paesi europei. Sono, altresì, concepiti come veicoli d'investimento mediante i quali la BEI può fornire finanziamenti a favore delle infrastrutture e delle PMI europee. Gli ELTIF possono svolgere un ruolo determinante anche per chi considera la partecipazione dei lavoratori nell'impresa come il mezzo che consente di intervenire direttamente sul cambiamento economico-sociale, proponendo un nuovo equilibrio tra lavoro e capitale con il rafforzamento del risparmio sociale, del ruolo dei fondi negoziali chiusi e con il rilancio della previdenza complementare, in particolare mediante un utilizzo mirato dei fondi integrativi per la pensione. A fine 2017, secondo i dati COVIP, le risorse acquisite dalle forme pensionistiche complementari (fondi negoziali chiusi, fondi aperti, fondi preesistenti, nuovi e vecchi piani individuali pensionistici) risultano pari a 162,3 miliardi di euro (il 9,5 per cento del Pil), gli investimenti diretti delle Casse di previdenza assommano a 57,3 miliardi di euro, 16,8 miliardi sono le risorse affidate a gestione, mentre la raccolta dei PIR ad aprile 2018 è stata di 11,5 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie significative che possono essere indirizzate alla promozione di investimenti per la crescita.
In Italia, a tre anni dalla approvazione del regolamento europeo relativo ai fondi di investimento a lungo termine, reso peraltro operativo solo di recente con il decreto legislativo del dicembre 2017, il dibattito è ancora in una fase iniziale.
Le domande dalle quali partire sono due. La prima, dove reperire le risorse finanziarie necessarie per riprendere ad investire, senza aumentare il debito pubblico? La seconda, è immaginabile creare un nuovo asset class finanziario in grado di attrarre gli investimenti dei grandi intermediari finanziari che non hanno dimostrato negli ultimi decenni grande interesse per l'economia reale?
La risposta è affermativa ad entrambe le domande. L'investimento in attività reali di lungo periodo è una esperienza, come accennato, che ha dato risultati positivi. Molti paesi dell'Europa sono dotati, inoltre, di strumenti di promozione degli investimenti in grado di intervenire a favore dello sviluppo delle attività imprenditoriali con la funzione di National Promotional Banks (NPBs, KfW, CDC, CDP, ICO), costituendo piattaforme internazionali/nazionali/regionali verso le quali fare confluire finanziamenti in grado di rilanciare gli investimenti di lungo periodo, sia in ambito infrastrutturale che a sostegno delle piccole e medie imprese. La strada costituita da piattaforme di progetti bancabili è, dunque, aperta, seguendo la road map del G20/OECD Task force on Long Term Investment. Se il finanziamento pubblico delle infrastrutture è essenziale, è necessario coinvolgere anche i capitali privati (principalmente private equity, alternative fund, private debt, pension fund, risparmio privato) nella realizzazione e ammodernamento di infrastrutture e nella valorizzazione degli asset strategici del Paese. Proseguire in questa direzione significa anche favorire, nel quadro del completamento del Capital Market Union, la ripresa del mercato delle cartolarizzazioni, recuperando il meglio delle esperienze degli ABS, non solo introducendo regole prudenziali, contabili e strumenti di gestione nuovi ma promuovendo veicoli finanziari compatibili con le esigenze dei fund manager e degli investitori istituzionali e assicurando loro, e a tutti gli operatori finanziari, un quadro normativo, istituzionale, fiscale e amministrativo costruito sulla base di modelli di investimento adattati alle loro esigenze. Auspichiamo che il collaterale degli ABS sia rappresentato da infrastrutture e da real asset, in quanto la qualità del collaterale, a copertura dell'operazione di cartolarizzazione, determinerà la qualità e la performance del titolo cartolarizzato. In questo percorso, gli ELTIF potranno esprimere in pieno le loro potenzialità se saranno compresi dagli intermediari finanziari, se avranno un plus di specializzazione con competenze di gestione patrimoniale in asset infrastrutturali, se saranno accompagnati da politiche fiscali vantaggiose e se sapranno collegarsi alla previdenza pubblica e alla previdenza complementare, sia collettiva che individuale.
Cambiare le attuali regole della governance europea e rovesciare l'ideologia dominante dell'austerità richiedono coraggio politico, innovazioni istituzionali e leadership che i politici dei Paesi dei più virtuosi dell'UE non sembrano possedere. L'Italia è in una situazione di grande difficoltà, anche se deboli segnali di miglioramento, rispetto al quinquennio trascorso, si iniziano a intravedere. Occorre il coraggio di andare avanti non contro la finanza ma a sostegno di un nuova classe di investimenti finanziari in grado di attirare l'interesse degli operatori e dei risparmiatori. In questa chiave di lettura, la Cassa Depositi e Prestiti, quale promotore di fondi di investimento alternativi (come previsto dal regolamento ELTIF) ed interpretando al meglio la funzione di National Promotional Bank, potrebbe intervenire in modo più incisivo nel capitale di rischio delle imprese, favorendone la crescita dimensionale e sostenendone i processi di internazionalizzazione, nella promozione, mediante anche strumenti di partenariato pubblico-privato, di investimenti infrastrutturali (nei settori dei trasporti, distribuzione di energia, tecnologie di comunicazione, infrastrutture sociali ed urbane, gestione rifiuti) e in servizi di grande rilevanza strategica per il nostro Paese e che necessitano, da tempo, di tecnologie innovative e di opere di ammodernamento.

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