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Così l’Italia dei regressi rema contro se stessa

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quali strategie?

Così l’Italia dei regressi rema contro se stessa

(Ansa)
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No Tav. Tap forse. Ilva chissà. Vogliamo continuare a restare nel novero dei 7 maggiori Paesi industrializzati del mondo, ricostruire un sistema Paese che ritrovi crescita, produttività e competitività forti e che quindi possa redistribuire risorse, lavoro, benessere e non assistenzialismo oppure no?

Vogliamo continuare a restare tra i Grandi d’Europa non per peso demografico (fin che dura) ma per la qualità delle nostre strutture?

Che siano esse civili, economiche, formative, amministrative, giudiziarie. Vogliamo restare fra i Grandi d’Europa per la coerenza e la serietà dei nostri comportamenti pubblici e privati, in breve per la solidità del nostro sistema e la credibilità di chi lo governa oppure no? Niente provocazioni né domande retoriche.

L’attuale Governo è nato nel segno della discontinuità radicale, che travalica l’assalto alla casta e alle poltrone eccellenti secondo uno spoil system che ha ben poco di innovativo. La rottura va molto oltre per perseguire lo stravolgimento dei parametri che sono alla base del modello di sviluppo del Paese: il quale finora è stato quello di tutti i Paesi, europei e non, che all’osso hanno l’ambizione di creare e condividere, in modo più o meno equo, prosperità tra i suoi cittadini.

Niente di scandaloso nella rottura, se almeno ci fosse un progetto organico alternativo. Non onirismo impastato di decrescita felice, lavoro e redditi per decreto, pauperismo e deindustrializzazione in libertà e a prescindere.

Una volta, non un secolo fa, l’Italia aveva un mantra: diventare un Paese normale, un interlocutore rispettato tra i partner europei e mondiali. Oggi, non si sa con quanta lucidità e consapevolezza, sembra puntare sull’obiettivo opposto: divergenze, ribellismo confuso e anormalità a cuor leggero, come se la deriva verso l’auto-isolamento non avesse un prezzo pesante da pagare nel mondo delle interdipendenze intrusive e moltiplicate. A più di due anni dallo strappo, l’inestricato e apparentemente inestricabile rebus chiamato Brexit parla chiarissimo. Nei giorni scorsi Emmanuel Macron è stato a Madrid e a Lisbona. Motivo? Francia, Spagna e Portogallo stanno tentando di accelerare la reciproca integrazione delle reti energetiche per ottimizzarne utilizzo, prezzi e consumi. Sfruttando la complementarietà degli interessi elettrici guardando oltre, all’integrazione degli interessi politici ed economici, alla valorizzazione di un possibile blocco regionale che pesi più della somma dei singoli Paesi nei negoziati europei e non.

L’Italia? Anche se il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sembra rassicurante, il governo sembra mettere ancora in discussione il Tap, il gasdotto che dovrebbe convogliare il gas azero in Europa diversificandone le fonti di approvvigionamento energetico, allentandone la dipendenza preponderante dal gas russo in seguito al raddoppio del contestato Nord Stream2. Dopo il no nel 1987 al nucleare, che ha contribuito a renderci il Paese dove l’industria paga l’energia più cara d’Europa, ora si potrebbe cancellare il Tap non si capisce bene per quali ragioni concrete. Finirà come sei anni fa con il rigassificatore di Brindisi abbandonato da British Gas dopo aver passato ben 11 anni nell’inutile attesa dei relativi permessi e un danno di immagine per l’Italia che ha lasciato il segno tra i potenziali investitori esteri?

Il mondo va avanti, l’Italia procede a ritroso. Abbiamo (avevamo?) con l’Ilva la più grande acciaieria d’Europa: nel migliore dei casi finirà sotto il controllo di Arcelor-Mittal, il colosso euro-indiano, nel peggiore chiuderà i battenti tra le indicazioni contraddittorie, le “insoddisfazioni” persistenti e le consultazioni in un tavolo allargato a 62 sigle sindacali e altro, organizzate da un ministro forse schiacciato da un gioco più grande di lui. Per l’Italia che si vanta di avere la seconda manifattura d’Europa dopo la Germania, la siderurgia dovrebbe essere un patrimonio irrinunciabile, non un asset esposto con leggerezza alla vendita o addirittura alla chiusura.

Ma a tagliarci fuori dall’Europa, dai suoi standard e dalle infrastrutture di trasporto integrato del mercato unico, ci pensa anche il tormentone della Tav. Già le Alpi ci condannano a essere periferia dell’Unione. Invece di scavalcarle con la Torino-Lione e l’alta velocità per il trasporto merci, noi ora preferiamo sigillarne i possibili valichi e trafori. Per obiezioni per lo più localistiche.

Non importa se cancellare la Tav significherà stracciare gli accordi sottoscritti con la Francia e l’Unione, pagare penali, distruggere la credibilità del Paese come interlocutore attendibile. Non importa se l’Italia, che esporta l’80% delle sue merci nella Ue, si ritroverà senza un accesso rapido e competitivo al mercato europeo.

Magari l’Europa prima o poi finirà in pezzi. Non tira una bella aria a Bruxelles e dintorni: leader deboli e sempre più attenti alla difesa degli interessi nazionali a scapito di quelli collettivi. Però l’Italia che in solitaria strilla alla luna, smonta il suo modello di sviluppo senza chiare opzioni di ricambio, sfida le regole di tutti i giochi lanciando messaggi politici, economici e industriali incongrui rispetto alla realtà che la circonda, rema solo contro sé stessa. A suo rischio. Perché nel 2018 un’autarchia confusionaria non può che portare alla deriva. Trasformarci in un Paese “anormale”. Quindi sempre meno affidabile.

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