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Con investimenti pubblici e privati crescita al 2%

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LA DISPUTA SUL «MOLTIPLICATORE»

Con investimenti pubblici e privati crescita al 2%

I commenti di Rossella Bocciarelli sul Sole 24 Ore e di Angelo De Mattia su MF hanno spostato l’attenzione del dibattito sul bilancio pubblico del 2019 sugli investimenti, come strumento atto a rispettare in modo dinamico i parametri fiscali fissati dagli accordi europei, togliendolo dal consueto trattamento statico. Per una più completa ed esatta valutazione della politica economica del Governo ritengo utile avanzare due precisazioni in materia: la prima riguarda il problema del moltiplicatore della spesa e la seconda la natura degli investimenti, temi che ho già discusso nelle sedi istituzionali adatte.

Non esiste un moltiplicatore della spesa degli investimenti, ma più moltiplicatori secondo la spesa effettuata. Un moltiplicatore medio, quello di cui si parla, ha un significato se la distribuzione di frequenza delle osservazioni è normale, una condizione che in Italia è raramente riscontrabile per qualsiasi variabile economica osservata. Il concetto è comprensibile se si considera che una cosa è la spesa e un’altra l’effetto sul valore aggiunto, ossia sul Pil. Se la spesa ha un forte contenuto di lavoro e (per semplicità) di capitale, ossia un elevato valore aggiunto rispetto agli input, il moltiplicatore sarà più elevato. Occorre perciò valutare questa caratteristica spesa per spesa. Istat, Banca d’Italia, Mef e Dipe hanno poteri di calcolo e spetta a loro il compito di farlo. Con questi dati possiamo presentarci per discutere a Bruxelles il programma di bilancio pubblico dell’Italia con un qualche probabilità di successo. La ragione prevarrà sulla logica stringente e statica degli accordi.

Non esistono inoltre solo gli investimenti pubblici; anzi la mia valutazione è che se puntassimo solo su questi il processo si avvierebbe con troppa lentezza rispetto ai tempi che ci assegnano i mercati e Bruxelles.

Esistono anche investimenti privati prontamente mobilitabili ed è su questi che si deve puntare. Essi hanno un impatto nullo sui parametri fiscali perché si realizzerebbero con risorse finanziarie procurate dalle stesse imprese. L’Eni ha pronto un piano di 22 miliardi che i massimi vertici assicurano essere pronto a partire, ossia è cantierabile. Leggo sulla stampa che anche Terna avrebbe un piano da 12 miliardi. Penso che anche l’Enel e Leonardo, per citare alcune imprese, li abbiano. Si tratta di verificare quanti di questi siano già inclusi nelle previsioni per la crescita reale tendenziale del 2019 prevista nell’1% e quanti possono già partire dal 2018 per avere effetti rapidi concreti.

Se questi investimenti ammontassero a 34 miliardi (circa 2% del Pil), ne scaturirebbe la necessità di attuare investimenti pubblici solo per 16 miliardi (circa l’1% del Pil), una dimensione plausibile per le difficoltà che essi incontrano nella realizzazione. Si rimarrebbe così nell’ambito dell’ipotizzato assorbimento dell’eccesso di risparmio inutilizzato registrato dall’Italia anche nell’ultimo anno.

Una cosa è certa. Il Governo non può presentare un bilancio pubblico per il 2019 basato sull’ipotesi di un peggioramento del saggio reale di crescita rispetto a quello già basso previsto in precedenza; ossia accettare un peggioramento delle condizioni economiche dell’Italia. Supponendo che l’effetto negativo della de-globalizzazione in atto sia nell’ordine del mezzo punto percentuale stimato dai principali centri ricerca nazionali e sovranazionali, portare il saggio di crescita del 2019 al 2% sarebbe un obiettivo alla portata della nostra politica economica.

Con l’1,5% di crescita dell’inflazione, la crescita nominale del Pil sarebbe del 3,5% e consentirebbe di rispettare dinamicamente sia il parametro concordato del disavanzo di bilancio pubblico, sia una riduzione del rapporto debito pubblico/Pil. Il mercato e le società di rating aspettano di sapere che cosa accadrà su queste due variabili e hanno la capacità di valutare adeguatamente calcoli come quelli qui proposti. Tutto ciò in linea con la più elementare prescrizione della teoria della politica economica di cui sembra si siano perdute le tracce a favore di una passiva accettazione delle avversità che incontra lo sviluppo.

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