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Serie A al via, fra vecchi malanni e «new Italians»

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Serie A al via, fra vecchi malanni e «new Italians»

Il campionato che inizia è quasi unico nella storia del calcio italiano perché viene dopo un Mondiale senza Azzurri, per la prima volta dal 1958. Ma così come tra i finalisti di quel Brasile-Svezia ci furono tre stelle scandinave che giocavano in Italia (capitan Liedholm, Hamrin, Skoglund), anche il 15 luglio a Mosca la Serie A è stata degnamente rappresentata, con cinque giocatori (Matuidi e Mandžukić della Juventus, Perišić e Brozović dell’Inter, Strinić della Sampdoria). A dimostrazione, l’ennesima, che il calcio è sempre stato un business come gli altri, in cui il successo dipende (soprattutto) dalla capacità di allineare i migliori talenti reperibili sul mercato globale.

Cosa che ha ovviamente ben capito la famiglia Agnelli, che per conquistare finalmente l’agognata Champions League ha assunto il miglior giocatore al mondo, Cristiano Ronaldo (la competizione con Lionel Messi almeno per quest’anno è superata, l’unico rivale di CR7 è Kylian Mbappé, ma questa è un’altra storia). Il verdetto non è scritto ma certo il rischio per la Vecchia Signora è che il suo predominio sia tale da toglierle motivazione: non solo ha vinto gli ultimi sette scudetti (e le ultime quattro Coppe Italia), ma dal 23 ottobre 2011, quando sorpassò l’Udinese alla nona giornata, è stata in testa alla Serie A (da sola o in compagnia) per 194 domeniche su 257. Solo nel 2015-16 ha dovuto aspettare il 13 febbraio 2016 e la vittoria al San Paolo alla 25esima giornata per installarsi in vetta - ma quella fu una stagione sui generis, in cui la leadership cambiò mano otto volte e tra cinque squadre. Nel complesso dal 2011-12 ha totalizzato 639 punti su 798 a disposizione, quasi 100 in più che il Napoli (544).

Il rischio per la Serie A è invece che il dominio di una squadra tolga valore economico allo spettacolo. In realtà i partenopei un po’ di suspense cercano di mettercela - nell’ultima stagione hanno condotto la classifica per 25 giornate - mentre nel 2015-16 ad andare abbastanza vicina all’exploit fu la Roma, che nel 2018 si è pure issata alla semifinale della Champions, un turno meglio che i bianconeri. Ma la forza imprenditoriale e finanziaria della Juve appare talmente superiore da instillare il dubbio che i giochi siano fatti già ad agosto.

Il confronto in Italia
Per capire di cosa stiamo parlando abbiamo esaminato le cifre raccolte da anni da Deloitte nell’annuale Football Money League. Dal 2011 al 2017, la Juve ha avuto a disposizione un budget complessivo di 1.817 milioni di euro - cioè appena 17 milioni meno che quelli di Napoli e Roma messe insieme! Le milanesi sono più ricche delle squadre del Centro-Sud (anche se chiaramente negli ultimi anni hanno speso male, dato che hanno raccolto molte meno soddisfazioni che azzurri e giallorossi), ma si fermano comunque a 1.377 e 1.135 milioni (Milan e Inter, rispettivamente). Sul budget totale delle Top 5, l’incidenza juventina è passata dal 21% nel 2011-12 al 33% nel 2016-17. Apparentemente la produttività dei bianconeri non è alta - ogni punto in classifica è costato 2,84 milioni, contro 1,65 al Napoli e 1,81 alla Roma - ma l’indicatore è fuorviante, perché sempre di più l’obiettivo stagionale è il massimo trofeo continentale.

Con due finali nel 2015 e 2017, peraltro ambedue perse, il club torinese ha dimostrato di essere una grande d’Europa, sul campo. Un risultato tanto più apprezzabile perché economicamente non primeggia certo come in patria. Nel 2017 era appena decima nel ranking Deloitte, superata da due spagnole (Real e Barcellona), cinque inglesi (Manchester United e City, Chelsea, Arsenal e Liverpool), Bayern e Psg. La distanza è siderale: tre squadre avevano un budget superiore a 648 milioni, altre quattro superavano i 486, la Juve era a 406 (anche se rispetto al 2011 ha registrato l’incremento maggiore, a parte i parvenu parigini dopo l’arrivo dei munifici qatariani). Ma è tutta la Serie A a essere più “povera”, anche perché la struttura dei ricavi è sbilanciata: le Top 3 tricolori nel 2017 (Juve, Napoli e Inter) dipendevano dai diritti tv per il 56% del budget, molto più che le Top 5 della Premier League (42%) o le Top 3 della Liga (38%). In compenso la Serie A è in ritardo dal punto di vista degli incassi del botteghino e dello sfruttamento commerciale del marchio (e dello stadio, per chi lo possiede).

La nuova stagione non dovrebbe radicalmente cambiare la scala dei valori economico-finanziari del calcio italiano. Gli investitori cinesi non hanno fatto le faville di cui si straparlava qualche anno fa, anzi, e sono in ritirata un po’ dappertutto in Europa. Gli americani sono guardinghi, arabi e russi in Italia neppure si sono affacciati.

Vecchi malanni
Resta ovviamente la speranza che i vivai producano talenti, magari tra i New Italians, ma non se ne vedono molti in circolazione - e non a caso, secondo il Cies di Neuchâtel, ci sono appena 135 calciatori italiani all’estero (la maggioranza a Malta), rispetto a 821 francesi e 361 spagnoli (in entrambi i casi, soprattutto in Inghilterra).

Il bello del calcio, però, è che la palla è rotonda, che la partita finisce quando arbitro fischia e che i centrocampisti centrocampistano.
E quindi ogni tanto anche i ricchi del pallone possono piangere

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