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Il sovranismo e i rischi della cultura anti-impresa

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questione settentrionale

Il sovranismo e i rischi della cultura anti-impresa

(Fotogramma)
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Nei giorni scorsi il presidente di Confartigianato Veneto, Agostino Bonomo, ha rilasciato un’intervista critica nei confronti dell’azione del governo reo di aver presto dimenticato le ragioni della piccola impresa e, più in generale, del Nord manifatturiero. L’intervista non si limita a identificare i principali passaggi a vuoto del governo (il decreto Dignità, la gestione accentrata delle infrastrutture) ma enfatizza il ritorno di una vera e propria cultura anti impresa promossa da quelle stesse forze politiche cui molti artigiani hanno attribuito una delega rilevante. Colpisce che anche un’Associazione che aggrega soggetti storicamente attenti alle proposte della Lega oggi si senta in dovere di segnalare l’urgenza di un cambio di rotta.

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È legittimo domandarsi le ragioni di questo rapido cambiamento. Parlare di un abbaglio collettivo o di ingenuità non appare un’analisi credibile. Più interessante riflettere sulle trasformazioni che hanno segnato il rapporto fra piccola impresa e politica in questi territori.

A partire dagli anni 90, la domanda politica espressa da questo mondo produttivo si è concentrata, a livello locale, sul presidio di un’identità messa alla prova dai processi di internazionalizzazione dell’economia. A fronte di una lunga sequenza di governi nazionali che, al netto di sfumature, hanno accompagnato con poca attenzione e poco entusiasmo il processo di riorganizzazione competitiva di cui si è fatta carico la manifattura italiana, la piccola impresa del Veneto e del Nord Italia in generale ha reclamato una politica locale in grado di salvaguardare un’identità e una tradizione. Ha chiesto sicurezza (ordine pubblico e sanità), margini di manovra su materie percepite come rilevanti (si pensi all’investimento sulla formazione tecnico-professionale) e riduzione del carico burocratico.

Questa domanda politica ha bilanciato un impressionante sforzo di modernizzazione centrato su innovazione e apertura internazionale. A partire dalla fine degli anni 90 la formula distrettuale ha conosciuto un rapido declino a vantaggio di filiere governate da imprese leader che hanno imposto standard di qualità e di servizio coerenti di livello internazionale. L’internazionalizzazione non si è limitata all’export, ma ha toccato in modo significativo anche il nodo del lavoro. Nel Nord-Est, così come in altre realtà del Paese, la piccola impresa si è fatta carico di una manodopera straniera che ha consentito il rilancio della competitività di intere filiere. I numeri meritano di essere ricordati: per un decennio, dal 2000 al 2009, il Veneto ha assorbito più di 30mila arrivi all’anno portando la percentuale degli stranieri a circa il 10% della popolazione residente. Il tutto senza particolari conflitti e con una mobilità sociale in alcuni casi sorprendente.

In questi mesi, tale quadro si è rapidamente trasformato. Il sovranismo messo in campo dal governo in queste settimane evoca un ritorno al passato che sorprende chi ha creduto e investito nell’uscita dalla crisi grazie a investimenti e sacrifici. I riferimenti della politica non sono più regioni come il Baden-Württemberg o la Catalogna, a lungo considerati come modelli da imitare dalla dirigenza leghista del Veneto, ma nazioni come l’Ungheria, un Paese con un Pil pro capite del 60% inferiore a quello italiano. Germania e Francia, a lungo considerati come naturali partner commerciali della piccola impresa, diventano Paesi da guardare con sospetto. Inevitabile che monti una reazione di cui sono chiamati a farsi carico prima di tutto i rappresentanti delle associazioni di categoria.

Le parole d’ordine della politica sottostimano la complessità delle ricette che hanno consentito al Nord-Est e a un pezzo importante del Nord Italia di stare al passo con le regioni più dinamiche d’Europa. Ancora una volta emerge la difficoltà della politica nazionale a interpretare le specificità territoriali di un Paese in cui, peraltro, la crisi degli ultimi dieci anni ha contribuito a generare un aumento sostanziale dell’eterogeneità fra aree geografiche. Oggi, non senza un certo stupore, forze economiche vive del nostro Paese scoprono che il sovranismo nazionalista riconosce poco spazio a queste differenze.

Senza un’elaborazione originale su questo versante sarà difficile costruire un nuovo patto sociale che consenta una convivenza virtuosa fra ambizioni imprenditoriali e tutele sociali, fra proiezione internazionale e rispetto delle comunità locali. In questi anni l’orizzonte della politica nazionale ha oscillato fra un globalismo esitante, incapace di pensare ai territori come fattore di specificità da valorizzare, e un sovranismo regressivo che oggi accarezza la possibilità di ritornare a un ipotetico stato pre-crisi, lontano dalla realtà. Nessuna delle due opzioni aiuterà a costruire l’Italia del futuro.

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