Commenti

Trump all’Onu: se «America First» diventa «America…

  • Abbonati
  • Accedi
assemblea onu

Trump all’Onu: se «America First» diventa «America Alone»

«La mia amministrazione ha fatto meglio di tutte le amministrazioni nella storia degli Stati Uniti». Il momento in cui ieri alla 73esima Assemblea generale dell’Onu, tra i 141 più capi di Stato e di governo, partono le risate dopo questa ardita affermazione autocelebrativa di Donald Trump resterà negli annali delle Nazioni Unite. Il video è già diventato virale. Trump si interrompe: «È vero», insiste. Poi accusa il colpo: «Non mi aspettavo questa reazione». Prima di riprendere il suo discoro. Ieri al Palazzo di Vetro è andato in scena per la seconda volta da quando è alla presidenza degli Stati Uniti un discorso alla Trump.
Al solito, muscolare, con toni bellicosi. E accenti continui alla sovranità, la libertà individuale, il patriottismo dei padri fondatori contrapposti al multilateralismo, alla globalizzazione che pure l’America ha contribuito a creare con le sue multinazionali delocalizzate in Cina per spendere meno nel produrre. Nike e Apple in testa. Curioso che da un altro punto di vista, più conservatore, Trump prenda delle posizioni teorizzate qualche anno fa dal movimento no global e da Naomi Klein che aveva denunciato le distorsioni e gli scompensi di questo sistema globalizzato.

Se l’America balla da sola
Trump continua ad andare diritto per la sua strada. Le sue parole fanno tanto più impressione se si considera il consesso nel quale sono state pronunciate: la sala dell’Assemblea nel Palazzo delle Nazioni Unite. La casa del multilateralismo, delle relazioni tra Paesi basate sulla diplomazia e il dialogo. «Gli Stati Uniti non accettano l’ideologia del mondialismo noi siamo per il patriottismo. Noi non rinunceremo mai alla nostra sovranità per una burocrazia internazionale non eletta». La diffidenza è reciproca. Alla fine del discorso gli applausi non ci sono stati. Trump non ama questo luogo e quello che rappresenta. Per ironia della sorte questo palazzo anni Sessanta si erge a poche centinaia di metri dalla sua residenza di «privato cittadino», la faraonica e avveniristica Trump Tower. Ieri Trump ha parlato solo della sua «America first», di un’America che rischia di diventare «America alone», come ha scritto qualcuno, un’America che balla da sola.

«The Donald» contro tutti
Poco dopo il presidente Emmanuel Macron ha speso nello stesso auditorio parole appassionate a favore del multilateralismo contrapposto all’isolazionismo teorizzato da Trump. Il presidente iraniano Hassan Rouhani, preso di petto direttamente dalle accuse del presidente della prima potenza mondiale che si prepara a varare pesanti sanzioni economiche il 5 novembre contro il suo paese, ha risposto al mittente accusandolo, a sua volta, di «guerra psicologica» di aver «violato le norme internazionali» con «ingiuste sanzioni» che toccheranno il settore petrolifero e il sistema bancario. Attacca e poi negozia. Fa la voce forte e poi pacche sulle spalle. Trump attacca. Ma poi dietro di lui gli sherpa della sua amministrazione cercano di negoziare, trovare strade, punti di contatto. Inevitabile che succeda, troppo pericoloso il rischio di rimanere isolati in un mondo interconnesso. Sempre di più nell’era globale per i commerci e la tecnologia. Difficile tornare indietro. In questi giorni è un continuo di vertici bilaterali sui dazi sulle sanzioni all’Iran. Il presidente americano però continua a spingere sulla sua dottrina del mondo guardato da un punto di vista unico.

Il rischio di un mondo «unilaterale»
Il nemico numero uno dell’America di Trump, dismessi i panni del «rocketman» al leader nordcoreano, diventato nel frattempo quasi un amico, è adesso la Repubblica islamica dell’Iran. Il presidente americano presiederà i lavori del Consiglio di sicurezza, l’esecutivo delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti a settembre hanno la presidenza di turno. E da questo palcoscenico si prevede che Trump continui a lanciare strali contro Teheran. Il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Guterres, che ha parlato prima del presidente americano, non lo ha chiamato per nome, Trump, ma gli ha lanciato un messaggio chiaro e inequivocabile avvisando dei pericoli insiti nel populismo e nell’isolazionismo: «Non si può ignorare la lezione della storia», ha detto, di quanto avvenuto negli anni Trenta, di quella crisi sfociata nella Seconda guerra mondiale, dalle cui ceneri è nata la volontà di creare questo consesso internazionale. L’Onu certo mostra i segni del tempo e per questo va riformata con regole nuove. Ma per quanto ammaccata, costosa, elefantiaca e inefficiente è meglio che ci sia. Piuttosto che un mondo unilaterale.

© Riproduzione riservata