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Multe alle banche, un conto salato ma destinato a crescere

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Commento|le sanzioni

Multe alle banche, un conto salato ma destinato a crescere

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Il conto delle sanzioni imposte alle grandi banche dopo la crisi è impressionante, come ha documentato ieri l’inchiesta di Alessandro Plateroti, ma i 400 miliardi già pagati non bastano per affermare che giustizia è stata fatta e soprattutto l’importo è destinato a crescere perché si affacciano nuove ipotesi di reato. Le sanzioni già comminate sono riconducibili a comportamenti irregolari (ai limiti della truffa) che hanno accompagnato la bolla speculativa.

Una bolla speculativa su case e titoli della securitisation e alla manipolazione dei principali mercati all’ingrosso: valute, Libor e Euribor. È per questo che nell’elenco dei reprobi troviamo tutte le banche del gotha finanziario e nessuna banca italiana. Noi giochiamo (per nostra fortuna) in un altro campionato.

Va peraltro notato che gran parte delle somme incassate è il frutto di patteggiamenti, che per definizione non comportano ammissione di responsabilità né da parte della banca né dei suoi dirigenti. Rientra fra questi il caso dell’azione della Sec contro Goldman Sachs per aver agito contro l’interesse dei clienti proponendo un titolo che le mail interne definivano uno «shitty deal». Insomma, un caso che poteva diventare esemplare per stabilire una volta per tutte le responsabilità degli intermediari nei confronti dei clienti della nuova finanza si è chiuso con un esborso di denaro, milionario per di più fiscalmente deducibile. Un topolino rispetto alla montagna costruita dalla Sec.

Il disagio nasce dal fatto che le sanzioni sono imposte alle banche e dunque a pagare sono gli azionisti pro tempore, non i dirigenti direttamente responsabili delle condotte irregolari. La giustizia americana in particolare sembra essersi preoccupata più di massimizzare l’incasso per le casse federali, da sventolare alla pubblica opinione come un trofeo, che di perseguire i veri responsabili. Si è così rinunciato a colpire i manager nel portafoglio in misura proporzionale ai danni arrecati. Il sistema italiano (ed europeo) che chiama pesantemente in causa amministratori e dirigenti appare infinitamente più equo da questo punto di vista. Negli Stati Uniti può invece ancora succedere, come riporta sempre Il Sole 24 Ore di ieri, che la banca più sanzionata degli ultimi anni, Wells Fargo, aumenti la remunerazione del suo boss del 35 per cento. Il che conferma che se si fosse incassato qualche miliardo in meno dalle banche e imposto sanzioni milionarie ai manager si sarebbe ottenuto un effetto deterrente maggiore.

In ogni caso, il conto è destinato a crescere. Se si può considerare chiuso il capitolo dei comportamenti legati direttamente o indirettamente alla crisi, si è aperto un capitolo ancora più delicato legato a operazioni internazionali illecite o al riciclaggio di capitali. Il caso più clamoroso è quella di una banca operante nella tranquilla Danimarca che ha riciclato qualcosa come 200 miliardi di dollari attraverso la sua filiale estone e che adesso affronta un processo che lascerà un segno indelebile sulla sua immagine.

È un caso importante per due motivi. Il primo è che si tratta di un reato in cui possono cadere tutte le banche comprese, anzi, soprattutto quelle impegnate nell’attività al dettaglio, quindi non solo l’alta (si fa per dire) finanza come finora è avvenuto. Il secondo è che anche in questo caso si dimostra che i controlli interni non hanno funzionato: erano più di dieci anni che una filiale periferica muoveva somme quanto meno inusuali; da tempo sia l’autorità di vigilanza estone sia quella russa avevano avvertito i vertici danesi che i controlli antiriciclaggio locali erano inadeguati; la filiale otteneva la quasi totalità dei suoi profitti da operazioni con non residenti, eppure nessuna seria misura è stata presa. Molti sapevano all’interno della banca, ma nessuno parlava: solo quest’anno un dipendente ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto e segnalare ufficialmente il problema ai suoi superiori. La compliance è diventata costosa, ma è spesso un’arma incapace di mettere in discussione un business che porta profitti perché la cultura aziendale è ancora troppo sbilanciata a favore del risultato finale che non della liceità dei mezzi per raggiungerlo. Gli incentivi dei manager di tutti i livelli sono ancora un forte elemento di freno e incoraggiano a seguire l’adagio dei banchieri di un tempo, che amavano ripetere che pecunia non olet. Non è più così (per fortuna) e ben vengano le azioni delle autorità. Ma è significativo che ancora una volta a muoversi sia il dipartimento di Giustizia Usa: un brutto segnale per l’efficacia della vigilanza a livello europeo.

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