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La “manina”, tra finto stupore e lacrime di coccodrillo

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complotti & politica

La “manina”, tra finto stupore e lacrime di coccodrillo

Per disgrazia, o per fortuna, nulla è solamente tragico, nulla è solamente comico, da quando a governarci è il governo gialloverde. La tonalità è di regola duplice, come si conviene ad un governo bicolore, e grottesco e drammatico viaggiano assieme. Il repertorio di gaffes, di retromarce, di sospetti reciproci, di scaricabarile in tutte le direzioni («quelli di prima», i funzionari infedeli, quelli troppo fedeli, i soggetti terzi che fanno politica, e tanto d'altro) è vasto e ingegnoso.

Fino a sospettare che le leggi, i testi sacri, quelli che guidano e determinano la vita dei cittadini, siano inquinati da qualche imbroglione o burlone che li modifica a piacimento, o a convenienza. Era successo con la relazione del decreto chiamato “dignità”, uscita dagli uffici del ministro senza che entrambi (uffici e ministro), semplicemente rileggendolo, si accorgessero di quello che c'era scritto, con grave nocumento per la dignità generale; ora con un‘altra manina intrufolatasi nientemeno che nel decreto fiscale, ad aggiungere un altro piccolo regalo agli evasori. Tragicomico, appunto. Si ride, ma il contesto non è allegro, ci vuole poco a capirlo.

Per chi a questo punto, legittimamente, si chieda che razza di gente, che ambientino alberghi nei palazzi di governo, e non solo, conviene spiegare come stanno le cose, e perchè quello che appare uno scoop del detective di governo (sarebbe il quarto incarico, dopo quelli di vice presidente del consiglio e duplice ministro), sia l'effetto di una non commendevole modalità di approvazione dei testi legislativi del governo. Che, secondo costituzione, “dovrebbero” essere approvati dal Consiglio dei ministri (organo costituzionale, niente di meno), e inviati al Quirinale per il via libera alla presentazione alle Camere, per essere discussi e votati, fino a diventare legge quando saranno approvate in un identico testo. Succede, invece, che grazie ad una formuletta all'apparenza innocua (“salvo intese”), che evidenzia la non definitività del testo, accade che il Consiglio dei ministri approvi poco più che un titolo; dopodiché il moncherino di testo inizia un percorso, assolutamente non tracciabile, che culmina con l'emersione e la firma del capo dello Stato.

Cosa succeda in quel percorso, è misterioso: quello che è certo, è che di questo sono consapevoli tutti i ministri, compreso quello che poi si lamenta dell'intrusione della “manina”.

In definitiva, e in sintesi: nessun giallo, qualche lacrima di coccodrillo, e una opportunità: restituire il Consiglio dei ministri il suo ruolo (e la sua dignità) di organo costituzionale, così che il testo approvato in quella sede faccia il percorso di rito, secondo costituzione, tutto in superficie. Basterebbe, e ne guadagnerebbero trasparenza delle procedure e rispetto per il “popolo sovrano”.
montesquieu.tn@gmail.com

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