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Le aspettative irragionevoli degli euroscettici

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Commento |elezioni europee

Le aspettative irragionevoli degli euroscettici

Marka
Marka

Secondo le dichiarazioni dei suoi esponenti di vertice, la strategia del governo italiano per scrollarsi di dosso le regole europee e acquisire maggiori margini di manovra fiscale, è di attendere le elezioni di maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento europeo e poi far leva su un nuovo spirito euroscettico che potrebbe prendere piede anche negli altri Paesi.

Secondo le proiezioni disponibili sul voto di maggio si tratta tuttavia di un’aspettativa poco ragionevole. La grande maggioranza delle società che rilevano le intenzioni di voto stima spostamenti importanti all’interno dei singoli Paesi che però finiscono per attenuarsi quando i dati si aggregano nel totale dei 740 seggi del Parlamento europeo.

L’attesa per una scossa agli equilibri consolidati non è di per sé assurda. Secondo un sondaggio di Eurobarometro oggi solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nella Ue in un ipotetico referendum (il 24% vorrebbe uscire, il 32% non sa). Non solo. Il voto europeo ha caratteri diversi da quello nazionale e gli elettori spesso ne fanno uso per esprimere sentimenti di protesta verso chi governa. Tuttavia la media delle rilevazioni disponibili indica che i partiti pro-europei dovrebbero controllare ancora circa due terzi del parlamento di Strasburgo, perdendo quindi solo pochi punti rispetto al 70% del 2014. In parte i guadagni degli euroscettici sarebbero compensati, tra l’altro, dall’uscita del Regno Unito e dalla cancellazione dei seggi del partito nazionalista Ukip.

Come è successo in Baviera domenica, anche a livello europeo è probabile che si assista a un’erosione dei voti per i partiti tradizionali, il partito popolare e quello socialdemocratico, compensata però dai guadagni di altre formazioni affini. In tal caso verrebbe dunque mantenuto inalterato sia il baricentro tra destra e sinistra, sia il rapporto tra pro-europei ed euroscettici.

La frammentazione del fronte pro-europeo finirebbe per avere addirittura alcune conseguenze paradossali perché per formare coalizioni di maggioranza sarebbero determinanti le scelte di partiti minori, come “en Marche”, lo schieramento di Emmanuel Macron che pure avrebbe solo 20-30 seggi stimati, nonché le preferenze di Angela Merkel per una coalizione a livello sia nazionale, sia europeo, che includa i Verdi. Un accordo Merkel-Macron potrebbe diventare indispensabile in ragione degli equilibri numerici che si prefigurano nel nuovo Parlamento. In questo quadro, la cancelliera sta considerando la possibilità di candidarsi alla guida della Commissione. Questo permetterebbe di trovare un nuovo equilibrio nei rapporti franco-tedeschi affidando a Parigi la guida di altre istituzioni, e dando una forte personalità politica agli organi collegiali.

Anche nel caso in cui gli euroscettici riuscissero a ottenere un risultato migliore di quanto suggeriscano le proiezioni, la situazione non migliorerebbe molto per il governo italiano in cerca di solidarietà fiscale. Infatti una maggioranza euroscettica, divisa al proprio interno da interessi nazionali divergenti, farebbe certamente fatica ad approvare un nuovo bilancio comune.

Nel caso di impasse, l’attività delle istituzioni potrebbe continuare solo sulla base di una deroga al bilancio attuale. La stessa cosa avverrebbe se un Parlamento diviso o radicalizzato dovesse finire per eleggere una Commissione euroscettica che si troverebbe paralizzata dalle stesse divisioni tra Paesi di cui sarebbe espressione. Per i partiti sovranisti è infatti più facile agire di concerto contro un comune avversario che trovare un accordo su proposte politiche comuni. Nel caso del coordinamento delle politiche di bilancio dei singoli Paesi, il bersaglio comune rischierebbe di essere proprio l’Italia che con la sua divergenza fiscale metterebbe a rischio i denari dei contribuenti degli altri Paesi salvaguardati da governi sovranisti.

Ma l’elemento decisivo è che anche una maggioranza euroscettica del Parlamento europeo non avrebbe la possibilità di modificare sostanzialmente i Trattati europei e quindi nemmeno il sistema di coordinamento economico e fiscale che il governo italiano patisce particolarmente. Un’iniziativa per la modifica dei Trattati spetterebbe infatti al Consiglio europeo, cioè ai capi di governo, che in questi casi però possono decidere solo all’unanimità. Inoltre in molti Paesi sarebbe necessario procedere a ratifiche parlamentari dei nuovi testi dei Trattati, le quali sono spesso politicamente problematiche.

In alcuni Paesi sarebbe addirittura necessario procedere a referendum popolari. Di fronte a nuovi accordi europei che privilegino gli interessi nazionali rispetto a quelli condivisi è dunque improbabile che si riesca a concludere un processo unanime di approvazione e ratifica.

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