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Paralisi rifiuti, salute a rischio. Servono politiche industriali

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ambiente e competitivitÀ

Paralisi rifiuti, salute a rischio. Servono politiche industriali

(Ansa)
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Può apparire strano che in una giornata cruciale per la manovra finanziaria e per il governo la decisione sia di accendere i riflettori sul mondo dello smaltimento dei rifiuti. Abbiamo scelto di farlo perché la situazione è diventata insostenibile. L’incendio di un grande capannone dov’erano stoccati rifiuti di plastica alle porte di Milano è soltanto l’iceberg di quanto sta accadendo: l’intero sistema sta saltando con risultati devastanti per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del territorio, per la salute di tutti.

La mancanza d’impianti per lo smaltimento dei rifiuti e le difficoltà di esportarli (peraltro a caro prezzo) ha creato una emergenza vera, lasciando spazio alla malavita e alle mafie. Negli ultimi anni, come risulta dall’inchiesta (pubblicata domenica 21 ottobre sul Sole 24 Ore), sono state incendiate decine di magazzini: dal Piemonte alla Sicilia.

Le difficoltà di smaltimento riguardano i rifiuti tradizionali come quelli altamente inquinanti. Non solo. L'intero sistema della raccolta differenziata sta rischiando d'incepparsi. La differenziata è civiltà e gli italiani lo hanno capito comportandosi di conseguenza. Ciò ha permesso di raggiungere risultati eccellenti, in progressivo miglioramento. Il problema è che ora sono arrivati o stanno arrivando alla saturazione gli impianti di riciclaggio.

Quelli esistenti non hanno margini per aumentare più di tanto le quantità di rifiuti trattati, né per collocare sul mercato almeno parte dei rifiuti rigenerati. In più la costruzione di quelli nuovi è bloccata da lacci e lacciuoli. Per questo occorrono interventi tempestivi. Meglio tardi che mai. Mancano impianti, ma soprattutto mancano sbocchi industriali: l'economia globale non fa sparire i rifiuti, li usa e li rigenera. Quindi abbiamo bisogno di politiche industriali, di uno Stato che sappia concertarle. L’appello è al mondo della politica perché non consideri secondari bisogni primari degli italiani. L'errore è fatale.

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