Commenti

Accornero, l’operaio che diventò professore

  • Abbonati
  • Accedi
Persone

Accornero, l’operaio che diventò professore

Molti di coloro che hanno conosciuto Aris Accornero, scomparso ieri a Roma a 87 anni, come profondo studioso e analista dei problemi del lavoro attraverso i suoi libri e il suo insegnamento (quale titolare per tanti anni della cattedra di Sociologia del lavoro alla Sapienza) non sanno forse come fosse stato originale il percorso attraverso cui era giunto alla ricerca. La sua biografia è, in questo senso assolutamente anomala, perché dietro quella passione che lo portò a indagare il mondo dei lavoratori c’era la sua esperienza biografica. Accornero, da giovane, era stato operaio e non per breve tratto: le sue origini familiari e la sua formazione l’avevano portato a essere un operaio specializzato alla Riv di Torino, dopo averne frequentato la scuola professionale. Già a quel tempo, nei duri anni Cinquanta, aveva maturato un’attitudine per la scrittura, emersa con i suoi interventi sul giornale sindacale della Cgil della Riv, il 7b (dalla denominazione di un cuscinetto a sfera). Militante comunista, membro della commissione interna, Accornero era stato licenziato nel 1957, nel clima di scontro in atto a Torino tra direzioni aziendali, Fiom-Cgil e Pci.

Il licenziamento era stato il momento di svolta della sua vita. Accornero era andato a lavorare come cronista sindacale dell’Unità e aveva potuto sviluppare quella capacità di osservazione che era evoluta poi nella qualità di un ricercatore di razza. Aveva cominciato con le inchieste operaie, prima sui «reparti confino» dove venivano isolati i militanti della Fiom, in seguito sugli scioperi e la mobilitazione del Cotonificio Valle Susa, all’esordio degli anni Sessanta, intuendo che si stava per profilare un nuovo ciclo di conflittualità. Nel periodo successivo, aveva lavorato alla Cgil, a stretto contatto col segretario generale Agostino Novella, un uomo della vecchia guardia, assai diffidente verso l’unità sindacale, che però Accornero ricorderà sempre con grande rispetto. Ciò non gli impedirà di condurre, attraverso la direzione del periodico confederale Rassegna sindacale, soprattutto dopo il varo della serie dei Quaderni della rivista, un’intensa attività di scavo e di ricerca sulle trasformazioni delle fabbriche, della composizione operaia, della rappresentanza sindacale. Saranno talmente interessanti i risultati che trarrà dal suo impegno, caratterizzato da una crescente apertura culturale, che l’accademia riconoscerà il valore di studioso di Accornero premiandolo, lui che s’era formato da sé, al di fuori di ogni scuola, con una cattedra universitaria all’inizio degli anni Ottanta.

Incomincerà così la sua piena, grande stagione di studioso, culminata in libri che avranno un ampio riscontro, come La parabola del sindacato (1992) e, soprattutto, Era il secolo del Lavoro (1997), in cui indicherà la portata delle trasformazioni che stavano per disegnare scenari inediti, con cui Accornero esorterà a fare i conti. Nelle loro pagine si riflette la capacità, che gli era connaturale, di fondere l’osservazione personale col metodo di analisi delle scienze sociali. Sosteneva, nelle conversazioni con cui si confrontava con colleghi, amici e allievi, al di fuori di ogni formalismo, che c’erano cose che s’intuivano prima di poterle poi dimostrare analiticamente. Quest’approccio dava alla sua scrittura una particolare freschezza, che traspare sempre dai suoi saggi. Invitava a guardare alla realtà con occhio disincantato, anche quando sfidava l’universo ideale della sua giovinezza, cui era attaccato. Anche per questo, la sua lezione rimarrà tanto originale quanto irripetibile.

© Riproduzione riservata