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Se il futuro globale dipende dall’alta tecnologia di Pechino

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Global view

Se il futuro globale dipende dall’alta tecnologia di Pechino

Tra gli aspetti più importanti della nuova strategia di Xi Jinping c’è il modo in cui la Cina vede il proprio futuro a livello globale. La priorità di Pechino è il rapporto con i Paesi emergenti, la cui origine storica risale alla guerra fredda e più precisamente al ruolo di Mao e del premier Zhou Enlai nel movimento dei Paesi non allineati. Oggi Pechino è particolarmente attiva in Africa, ma anche in Paesi come Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka.

In Africa, la Cina ha costruito numerose infrastrutture, mentre in Asia e America Latina ha effettuato ampi investimenti e instaurato solide relazioni commerciali. In molti casi, la massiccia presenza cinese genera controversie e resistenze in loco, ma l’aspetto notevole della strategia cinese è la perseveranza e la capacità di adattamento nel tempo. Gli studiosi occidentali hanno studiato sul campo molti progetti cinesi d’investimento nel mondo in via di sviluppo. Alcuni hanno avuto esiti deludenti, come in Zambia, dove il comportamento di certe aziende cinesi ha provocato forti reazioni politiche a livello nazionale, sfociate da ultimo in un cambio di governo. Altri sono invece migliorati col tempo, come in Etiopia, dove le imprese cinesi hanno creato impiego, fatto crescere i salari e investito nelle comunità locali.

A impressionare è il numero di storie positive che va emergendo nelle economie in via di sviluppo. Così, quando la Cina cerca voci locali a sostegno dei propri interessi, all’interno delle Nazioni Unite o nei meandri del multilateralismo globale, la sua capacità di ottenere supporto politico e diplomatico si rivela notevole.

Un altro aspetto di rilievo riguarda il futuro dell’ordine mondiale basato sul diritto.

L’ordine vigente costruito dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra si fonda su due pilastri.

Primo: una serie di istituzioni internazionali essenzialmente liberali, tra cui l’Onu, il sistema di Bretton Woods, il Gatt (poi Wto) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.

Secondo: il possesso di una notevole forza politica, economica e militare, nonché la propensione a usarla per difendere l’ordine in questione. Nel tempo, l’America ha mirato a difendere il sistema attraverso la propria rete globale di alleanze, dalla Nato in Europa, ai trattati bilaterali di sicurezza in Asia orientale. Fino a oggi, Washington è rimasta la superpotenza dominante. Ora si trova in una fase di profondo cambiamento e grandi sfide.

I fondamenti dell’ordine liberale sono, infatti, sotto attacco, dall’esterno e dall’interno. Molti cittadini occidentali sono delusi dalla democrazia che li governa e ancor più dell’attuale sistema multilaterale; intanto, la Cina esibisce con fierezza il proprio “capitalismo autoritario” come valida alternativa al modello americano. Pechino è, inoltre, prossima a superare gli Stati Uniti quale prima economia del mondo e presto sarà capace di sfidare il primato militare regionale (non globale) statunitense.

La Cina sta poi creando la propria rete di istituzioni multilaterali, come la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib), e continua a estendere la propria influenza strategico-economica in Asia e in Europa. Lo stesso Xi ha detto chiaramente che nel futuro la Cina non intende limitarsi a perpetuare l’ordine internazionale liberale a guida statunitense.

Pechino ha ribadito più volte che l’attuale ordine è stato creato da potenze occidentali e in larga misura coloniali, quasi tutte uscite vittoriose dal secondo conflitto mondiale. Tuttavia, sinora non ha specificato quali cambiamenti a quest’ordine perseguirà nel futuro; di sicuro, saranno modifiche tese a rendere il sistema internazionale più confacente ai suoi interessi e ai suoi valori. Ciò si rifletterà, ad esempio, sulla disciplina dei diritti umani, che poggia su tre trattati internazionali e sul Consiglio per i diritti umani dell’Onu con sede a Ginevra, ispirati ai princìpi della democrazia liberale.

Notevoli implicazioni internazionali si avranno anche in ambito economico, ivi compreso il Wto, specie se gli Stati Uniti dovessero decidere di uscire dall’organizzazione per tentare di risolvere unilateralmente a loro favore le dispute commerciali con la Cina che si vanno profilando.

Quanto alla sicurezza globale, oggi la situazione è più che mai fluida e incerta, per ragioni connesse in misura crescente alle dinamiche politiche interne di Cina e Stati Uniti. Questi ultimi vorranno restare il poliziotto globale di ultima istanza? E Pechino avrà interesse a insidiarne il ruolo, o a riempire l’eventuale vuoto lasciato da Washington? Sinora, i segnali che giungono dal governo cinese indicano di no.

Si tratta di grandi direttrici della politica cinese che sotto Xi stanno diventando sempre più evidenti. Per molti aspetti, esse sono la diretta conseguenza del fatto che la Cina ha cominciato a perseguire la propria secolare aspirazione alla ricchezza e al potere; aspirazione che affonda le radici nel crepuscolo della dinastia Qing. Allora, la priorità era restare unita e sovrana di fronte alle ripetute invasioni e ingerenze straniere. Quell’obiettivo è ormai centrato; tuttavia, ciò che manca nella lunga tradizione storica del Paese è un modello cui attingere per fare buon uso di questa rinnovata ricchezza e potenza nella conduzione degli affari mondiali. Sotto questo profilo, la visione di Xi comincia a chiarirsi. Siamo appena entrati nella terza fase del rapporto tra la Cina post-1949 e il mondo: dopo la rivoluzione politico-nazionale di Mao e la modernizzazione economica di Deng, Xi plasma ora lasua visione della Cina nel mondo. Con ogni evidenza, l’odierna Repubblica popolare cinese non intende essere una potenza conservatrice. Al resto del mondo sta ora decidere come rapportarsi con questa nuova, poderosa realtà.

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