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Se Pechino matura anche grazie ai dazi Usa

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Editoriali

Se Pechino matura anche grazie ai dazi Usa

La forte crescita dell’economia Usa e la corsa di Wall Street, dopo la riforma fiscale e le politiche di deregulation, hanno sinora sovrastato i pericoli di una guerra commerciale Usa-Cina.

Ma la mancanza di una chiara strategia del presidente Trump per giungere a un accordo complessivo con Pechino, a parte i dazi destinati a colpire anche la catena del valore globale in Cina, rende arduo risolvere una guerra che rischia di danneggiare entrambe le economie e di provocare pesanti riflessi su quella mondiale.

Non a caso Pechino, dopo l’annuncio delle ultime tariffe Usa, ha interrotto i colloqui bilaterali sugli scambi. Il massiccio surplus commerciale del Dragone è più vulnerabile di quello statunitense.

In una guerra condotta solo con le tariffe Pechino avrà presto esaurito i prodotti da colpire e dovrà pensare ad altri strumenti. Come i vari ostacoli regolatori, l’allentamento sulle sanzioni alla Corea del Nord, le manipolazioni della valuta e, infine, il rifiuto ad acquistare i buoni del Tesoro americano.

Il punto è che Washington non può limitarsi a una guerra delle tariffe per ridurre lo squilibrio negli scambi. Infatti, malgrado i dazi, il deficit americano continua a crescere.

Gli Usa dovrebbero cercare innanzitutto di cambiare le scorrette pratiche messe in atto da Pechino per accaparrarsi tecnologia avanzata e proprietà intellettuale. Ciò comporta necessariamente un accordo, raggiungibile soltanto con un fronte comune delle maggiori potenze commerciali del mondo, per il superamento delle attuali regole della Wto che contempli le prerogative delle economie di mercato e di quelle di Stato, come è tuttora quella cinese.

Intanto Pechino offre segnali contrastanti.

La crescita economica sta rallentando e si prevede un’ulteriore frenata nei prossimi mesi per effetto dell’indebolimento dell’export e l’aumento della disoccupazione. Ma è possibile altresì che la guerra commerciale acceleri la transizione verso uno sviluppo trainato da prodotti di alta qualità tecnologica.

Secondo alcuni esperti, nel lungo periodo, la controversia sugli scambi finirebbe per rafforzare due tendenze dell’economia cinese: lo spostamento della produzione di beni ad alta intensità di lavoro dove questo costa poco (come Vietnam e Cambogia), e la concentrazione di investimenti in produzioni ad alta tecnologia e automazione in Cina. D’altronde Pechino si sta muovendo già in questa direzione. Pochi hanno notato un dato che dovrebbe preoccupare gli Usa. Ossia che nell’ultimo decennio la Cina è divenuta il primo produttore nel settore delle medie tecnologie come veicoli, parti di ricambio, macchinari elettrici e da costruzione, superando gli Stati Uniti con il 32% della quota mondiale.

La guerra commerciale avrà inevitabili effetti di natura politica in Cina.

Intanto ha fatto emergere la divisione fra economisti “liberali” che vorrebbero accelerare le necessarie riforme nonché aperture del sistema economico, e i sostenitori di un forte Stato centralizzato che hanno guadagnato influenza in particolare fra la burocrazia cinese. L’esito di questa contrapposizione è cruciale anche per la gestione di “Made in China 2025”, il piano voluto dal presidente Xi Jinping per stabilire una leadership globale nei settori ad alta tecnologia. Poiché esso ha dato ai governi centrale e locali e alle imprese di Stato ancora più libertà d’intervento.

Ma c’è anche una guerra mondiale per il controllo di Internet. Fin dal 2012, Xi Jinping chiarì quale importante ruolo Internet avesse nella sua visione della Cina. Impliciti fattori come il controllo politico delle informazioni, la riduzione della dipendenza da fornitori esteri di equipaggiamenti, la sicurezza che si sovrappone al tecno-nazionalismo, la promozione di una cyber sovereignty come principio organizzativo in opposizione alla visione degli Usa, fautori di un Internet globale aperto.

Il fatto è che l’originario spirito americano di apertura di Internet nel frattempo si è perso. Forze oscure si sono radicate nel web e pochi giganti privati controllano il flusso dei dati. Grandi potenze contendono la leadership digitale agli Usa, promuovendo le loro priorità nazionali. Nel 2017 un rapporto di Freedom House, un think tank, svelò che la libertà di Internet era declinata per 7 anni consecutivi in particolare in Cina, Russia e in alcuni Stati del Golfo. Ma gli sforzi più sofisticati ai fini di controllo politico e sociale erano quelli di Pechino.

Il web è diventato così un dominio di intensa competizione economica e di informazioni militari mentre ci si prepara ad “armarlo” per le attuali guerre. Se gli Stati Uniti cedessero la leadership nel cyberspace alla Cina, Internet sarebbe meno globale e meno aperto. Ciò darebbe potere agli avversari della democrazia: in primis Stati e governi autoritari determinati a sfruttare Internet per i loro pericolosi obiettivi.

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