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Le fondazioni e il rammendo della società

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Le fondazioni e il rammendo della società

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Intorno alla crisi del welfare state e alla contestuale crescita delle forme di povertà vengono avanti esperienze territoriali come le fondazioni di comunità, espressione dell’articolato mondo del secondo welfare. Nate nei primi decenni del ’900 negli Usa, in Italia hanno preso avvio nel 1998 e oggi sono 37, perlopiù nel Nord, con esperienze significative nel Sud tra Campania, Puglia e Sicilia. Nel riequilibrio territoriale è stato cruciale il ruolo della Fondazione Con il Sud, nata con il supporto delle fondazioni bancarie, più presenti nel Centro-Nord Italia.

Le fondazioni di comunità si sono formate all’interno dei grandi processi di trasformazione economica dei vari modelli di capitalismo. Per riprendere una distinzione di Giacomo Becattini, c’è un capitalismo che si percepisce come molecola del capitale, avendo nella finanza e nella Borsa il proprio riferimento, e c’è un capitalismo che si percepisce come progetto di vita, avendo nel territorio il proprio humus. Tale distinzione si trasfonde nei modelli fondazionali di comunità: da una parte esse si configurano come ambito di restituzione (give back) di parte del profitto, secondo una separazione tra momento dell’accumulazione e momento della restituzione (tipico dell’etica protestante), dall’altra come intreccio tra crescita economica e dimensione comunitaria di senso e interessi radicata nei territori (più vicino alla sensibilità cattolica).

Il nostro capitalismo territoriale rientra in questo secondo modello. Ma è un modello in metamorfosi, dunque anche l’identità e le funzioni delle fondazioni di comunità fronteggiano la sfida della modernizzazione, che per loro è anche sfida di civilizzazione. Se ne ripercorriamo la storia in relazione ai momenti di discontinuità, vediamo come le fondazioni sono state a lungo marginali rispetto ai grandi dispositivi di inclusione della fase di sviluppo fordista fondata sulla dialettica capitale-lavoro con lo Stato in mezzo in funzione redistributiva. In quella fase inclusione e mobilità sociale sono avvenute con il conflitto e il welfare state. Nella fase della prima globalizzazione, le fondazioni sono entrate nella dinamica della riaggregazione finanziaria frutto delle ristrutturazioni del mondo bancario, assumendo la doppia identità di soggetti espressione dei luoghi e di soggetti espressione dei flussi finanziari, incorporando il nuovo paradigma della dialettica economica e sociale di fondo, quella tra flussi e luoghi. Il che le ha poste non più ai margini, ma al centro, della modernizzazione.

Stare in mezzo significa essere commutatori di saperi, avendo capacità di comprendere e interpretare i flussi e coscientizzare i luoghi per renderli capaci di metabolizzarne gli influssi. Sapendo che non solo non siamo più né nella società verticale del ’900, ma non siamo più nemmeno in quella orizzontale di inizio millennio nella quale le fondazioni di comunità si sono affermate proliferando con la crescita del terzo settore e delle istanze di promozione sociale in una statualità sempre meno includente. Oggi siamo nella società dell’economia della condivisione mediata dall’algoritmo, in cui le fondazioni ricoprono una funzione sussidiaria, cercando di tenere assieme la modernizzazione della smart city, l’adattamento ai territori verso la smart land, senza perdere l’anima della social city orientata all’inclusione, oggi entrata in crisi di identità anche a fronte delle ipotesi di finanziarizzazione del sociale che vengono avanti. Le fondazioni di comunità devono guardare innanzi stando dentro le contraddizioni, tanto più se si vuole ridare un senso alla parola comunità, che mai come oggi va presa con le pinze, visto che non tutta la «voglia di comunità» (Zygmunt Bauman) è necessariamente buona e che la comunità di un tempo (imperniata su figure come il parroco, la maestra, il direttore di banca e il sindaco) è diventata «inoperosa» (Jean Luc Nancy) o «immunizzata» (Roberto Esposito) dal destino dell’altro da sé.

Da questo punto di vista le fondazioni sono chiamate a immettere nel circuito il patrimonio di capitale sociale di cui dispongono all’interno della comunità di cura, inteso come l’insieme di relazioni territoriali orientato all’inclusione. In questo quadro ci stanno altri attori con i quali fare alleanza: il sindacato, quando si pone come attore della cura; l’impresa e la rappresentanza di impresa (piccola, media e grande), quando praticano e promuovono welfare aziendale e welfare territoriale. Ecco profilarsi meglio lo spazio di rappresentazione delle fondazioni di comunità: soggetti-snodo che contribuiscono a mobilitare la comunità di cura, essendo espressione della cultura operosa dei territori e in connessione con la comunità degli interessi. Solo così le fondazioni possono contribuire ad abbassare la soglia delle paure e a svuotare l’invaso mortifero del rancore, costruendo welfare dal basso. Solo percependosi come soggetti “soglia” tra mondi potranno contribuire al rammendo di un tessuto lacerato e in cerca di riferimenti.

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