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Tremonti: «Patrimoniale made in Germany? Dannosa, via le…

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Intervista a giulio tremonti

Tremonti: «Patrimoniale made in Germany? Dannosa, via le imposte sui BoT»

Altro che patrimoniale o prestito forzoso. Semmai una colossale azione di detassazione. Ciò che serve è «una fondamentale scommessa per la fiducia per tenere in Italia, o rimpatriare da fuori, il debito pubblico italiano», attraverso «un’esenzione da ogni imposta presente e futura» per i titoli della Repubblica italiana, così come è accaduto fino al 1986. È questa la “suggestione copernicana” di Giulio Tremonti quando gli si chiede di commentare la provocazione di Karsten Wendorff.

Il capo economista della Bundesbank propone un fondo nazionale in cui far confluire il 20% del risparmio privato per stabilizzare le finanze pubbliche attraverso una sottoscrizione forzosa di «titoli di Stato di solidarietà».

GUARDA IL VIDEO: Breve storia delle patrimoniali in Italia

È una sorta di patrimoniale o di prestito forzoso. Davvero l'Italia non può fare altro?
È la solita posizione tedesca. E corrisponde a un certo tipo di Kultur e di Weltanschauung (visione del mondo, ndr). La prima è quella che fa riferimento al debito come colpa (in tedesco la parola Schuld definisce entrambi i concetti) e il debito pubblico o privato viene trattato come se fosse sempre all'origine di un peccato. Quanto alla Weltanschauung, spesso capita di parlare in diversi ambienti tedeschi e la gestualità è la seguente: ti dicono, alzando la mano sinistra, che hai un grande patrimonio e ricchezza privata in immobili e titoli; poi alzano la mano destra e aggiungono che hai anche una quota gigantesca di debito pubblico. La soluzione che prospettano è quella nel gesto plastico di sovrapporre le due mani. Per inciso, si fa per dire, il consolidamento forzoso è l'anticamera del default, così che è distruttivo anche il solo parlarne.

Ed è anche il senso della proposta del capo economista della Bundesbank. Spostare la ricchezza privata per ridurre il debito pubblico. In fin dei conti, anche lei si è battuto per anni rivendicando il ruolo fondamentale del risparmio privato nella definizione della effettiva solvibilità dell'Italia.
In Europa non hanno mai voluto accogliere questa argomentazione, ma certo vedere che ora è alla base di una palese provocazione fiscale fa quantomeno sorridere. In realtà, quando si parla di patrimoniale - e mi è capitato di discuterne con più di un governante - si fa politica sul serio. E bisogna avere letto prima la Repubblica di Platone dove si dice che la téchne è la forma superiore di politikè, cioè di politica. Come dire: se vuoi andare per mare, devi conoscere bene la struttura della nave, l'equipaggio, i fondali, le correnti, i venti e le stelle. Altrimenti vai sugli scogli. E sugli scogli sono andati in diversi con l'idea della patrimoniale. Da ultimo nel 2012 con la patrimoniale immobiliare.

Torniamo alla Weltanschauung...
È quella che fa immaginare al capo economista della Bundesbank una forma impositiva forzosa sull'Italia come se la proiettasse dalla Germania e senza minimamente considerare il punto di arrivo, cioè l'Italia. Come diceva Benedetto Croce, i tedeschi tendono all'ideologia pedagogica. La struttura economica e sociale dell'Italia non è certo quella della Germania. Lì c'è lo Stato come forte entità fiduciaria riconosciuta, le mutue, il maggiorascato e la struttura economica porta ad avere poca proprietà immobiliare. Da noi è l'opposto: lo Stato non riveste il ruolo di rappresentazione fiduciaria così marcata e i risparmi sono il risultato di una atavica virtù, ma anche di una atavica diffidenza e sono, alla fine, una forma di difesa. È fin troppo facile dire che i tedeschi hanno grandi virtù e pochissimi difetti. Ma è anche vero che, qualche volta nella storia, mettono tutte le loro numerosissime virtù al servizio dei loro pochissimi difetti. Se a questo uniamo la tendenza alla pedagogia politica ecco la Weltanschauung su di noi: gli italiani sono ricchi e devono diventare un po' più poveri, la loro ostinata visione del debito pubblico come di uno strumento di ricchezza deve tornare ad essere ciò che è: una misura della povertà.

Comunque spostare il 20% del risparmio privato su titoli pubblici di solidarietà sarebbe un'operazione colossale.
Temo, tra l'altro, che l'economista della Bundesbank abbia dimenticato che quella proposta dovrebbe girarla anche alla Bce, per comodità gli do il numero di telefono: 0049.69.13441300. Dei 2,2 trilioni di cui è fatta la ricchezza privata italiana, quasi la metà è nei forzieri della Bce e della Banca d'Italia perché fa parte del pacchetto della gestione della liquidità, il cosiddetto quantitative easing. Insomma, l'economista Bundesbank dovrebbe tassare anche la Bce! Senza contare che una proposta simile ha un elevato rischio di incostituzionalità perché a parità di patrimonio tratterebbe in modo diverso chi ha più titoli che immobili. Senza contare che chi ha tanti immobili ma pochi liquidi, se inciso, può perdere la possibilità di mantenerli (e di fare manutenzione) e quindi vede anche ridursi il loro valore. E in ogni caso sarebbe retroattiva perché colpirebbe situazioni già in essere. Per la verità un prestito forzoso non incostituzionale e straordinariamente efficace lo ha fatto Giolitti nel 1906 spostando la rendita dal 5 al 3,5% sulla base della fiducia nel governo e in maniera totalmente volontaria. Le ha anche fatte anche Mussolini, ma con sorti alterne.

Qual è allora la sua ricetta?
Considerando il contesto molto difficile che si è venuto a creare io suggerirei di passare proprio dall'atto della fiducia favorendo l'investimento volontario (e non forzoso) su titoli di Stato, incentivando anche gli investimenti da fuori. Un ritorno all'operazione che fece Quintino Sella nel 1864: l'Italia, appena unificata, doveva fronteggiare le minacce esterne che venivano, tanto per cambiare, dai mercati finanziari che allora erano europei e non globali, ma non meno aggressivi. Il Governo della Destra storica decise allora di agire sulle spese con una politica di austerità, quella delle «economie fino all'osso», e di ridurre il debito attraverso l'alienazione di quote consistenti di patrimonio del Regno, tra l'altro affidate a una società veicolo ante litteram, suggerita da Bastogi e Minghetti, assai simile alle odierne Special purpose vehicle (Spv). Ma soprattutto Sella decise di «esentare da ogni imposta presente e futura» i titoli del debito pubblico e di renderli impignorabili. Tornare a quella suggestione per l'Italia di oggi, che esporta capitali e importa fragilità o che esporta risparmio e importa debito, sarebbe ancora una volta la scelta giusta.

Ma l'Europa non li considererebbe aiuti di Stato?
Non credo che si tratti di un aiuto di Stato vietato da un'Europa contrassegnata da paradisi fiscali e parafiscali. Il level plane field europeo dovrebbe essere tutto sull'esenzione dal lato delle emissioni pubbliche e non segmentato da regimi fiscali diversi. Comunque, se esiste un caso per cui le ragioni del nostro interesse nazionale devono e possono essere difese, è certamente questo. E sarebbe più che giustificato portare un confronto serrato in Europa per un obiettivo di questo genere. È finito il tempo di immaginare strumenti di tipo forzoso e odioso, fiscali o parafiscali, di tipo coercitivo e, peggio, punitivo. Non costringere, ma convincere. Attraverso un'azione di fiducia, immaginando soluzioni che possano valorizzare e non deprivare il patrimonio degli italiani, sottraendolo al rischio distruzione.

Se la detassazione desse vita a un formidabile mercato retail per i titoli di Stato, non si creerebbe uno sbilanciamento rispetto ai titoli posseduti dalle banche o verso gli stessi titoli corporate?
Si può e si deve raccordare l'operazione di detassazione in modo che non penalizzi sul mercato le emissioni di titoli privati, compresi quelli bancari.

Bisogna anche mettere in conto l'ammanco di gettito fiscale.
Non è molto. Il gettito dell'imposta sostitutiva che insiste sugli interessi dei titoli pubblici è più o meno pari a pochi miliardi. Una operazione di detassazione di questo tipo, su vasta scala, si autofinanzierebbe nella forma di risparmio della spesa per interessi e di rilancio dell'economia.
Non crede che l'esperimento dei Cir (Conti individuali di risparmio) annunciato dal Governo, con un tetto a 3mila euro e una detraibilità Irpef del 23%, sia qualcosa di simile al suo progetto?
Mesi fa in un pubblico convegno avevo formulato l'ipotesi di applicare la formula dei Pir ai titoli del debito. E mi pare che i Cir siano una cosa simile. Oggi però servirebbe qualcosa di molto più rilevante.

L'ultima domanda. Al principe dei fiscalisti. Cosa consiglia ai clienti che le chiedono se bisogna portare i soldi all'estero?
No comment.

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