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Perché il design soddisfa sempre più i cittadini e non i clienti

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La sfida della Biennale di Istanbul

Perché il design soddisfa sempre più i cittadini e non i clienti

La quarta edizione della Biennale di design di Istanbul chiude domenica 4 novembre. Questa edizione è stata dedicata al tema della formazione e in particolare a come l'insegnamento della cultura progettuale sia da estendere a un più vasto processo creativo che coinvolga istituzioni e comunità oltre a scuole e università. L'obiettivo di “A School of Schools” – questo il titolo della manifestazione curata da Jan Boelen con Vera Sacchetti e Nadine Botha – era quello di proporre o presentare lavori di designer, artisti, studenti e professori tesi alla soluzione di problemi riguardanti cittadini e non più clienti. È infatti diventato vitale nel dibattito culturale di una società contemporanea minacciata da molteplici paure assegnare al design il compito, o quanto meno il tentativo, di favorire comportamenti che includano le dimensioni del servizio, della rigenerazione urbana, della sostenibilità ambientale, della collaborazione fra mondi per interrompere processi di decadimento e rottura apparentemente irreversibili.

Un obiettivo tanto nobile quanto ambizioso per una biennale ma anche per la disciplina stessa del design che per statuto si alimenta di contributi e per necessità vive di sconfinamenti. In sei sedi sparse tra i quartieri centrali della metropoli turca i curatori hanno allestito mostre interpretabili come scuole informali. Qui il visitatore poteva incontrare e rivivere diverse esperienze: da quelle legate all'interazione uomo macchina come motore di innovazione, a ricerche su possibili paradigmi di crescita sganciati da logiche economiche correnti e connesse a modalità partecipate, a riflessioni su unità di misura che propongono nuovi concetti di standard e obsolescenza, per passare infine a possibilità di manipolare il tempo tali da incoraggiare lentezza e benessere fino a favorire pratiche di vita condivisa in cui la trasmissione di conoscenza avvenga attraverso azioni quotidiane.

La dimensione politica del design come agente di trasformazione sociale sembra essere diventato un tema che istruisce azioni più che immaginare prodotti e sistemi. Non c'è mostra, biennale o programma formativo che non includa o addirittura fomenti una forma di attivismo sociale basato su pratiche e ricerche dove grafica, prodotto, distribuzione, packaging, moda o servizi siano strumento e messaggio, pretesto e provocazione.

Quella di Istanbul è un'iniziativa che giunge in contemporanea con importanti azioni-esposizioni che di recente si sono viste alla Biennale di Londra, al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, alla mostra Reciprocity di Liegi, al festival Design City di Lussemburgo e che presto riguarderà anche Milano con la XXII Triennale Internazionale. Le biennali, i festival, le design week hanno storicamente posto delle domande, introdotto temi e approfondito ricerche. Oggi tornano a riflettere su temi di stringente attualità politica. Speriamo che questa attenzione non sia interpretata come un trend da cavalcare o come un immaginario da sfruttare. Se questo accadesse il design avrebbe perso un'occasione di redenzione da quel mondo di merci e scambi che sebbene lo abbia generato lo ha poi portato a una profonda crisi identitaria. Il design come balsamo di innovazione è a un banco di prova. Se si tradirà l'etica necessaria dell'ecologia, della convivenza, dell'inclusività il design avrà perso la guerra, non una battaglia.

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