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L’eccesso di regole che soffoca il credito

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L’eccesso di regole che soffoca il credito

(Marka)
(Marka)

La recente grande crisi finanziaria ha innescato un flusso continuo di norme e adempimenti che si è accumulato negli anni, al punto da meritare la definizione di bolla regolamentare.

Questo eccesso di interventi può semmai trovare una giustificazione nella eccezionale gravità della crisi, per diffusione e durata. Si può condividere che una grave crisi abbia un effetto selettivo di mercato sugli operatori, banche e imprese, eliminando le più fragili. Meno condivisibile è che avvenga una selezione aggiuntiva determinata dalla quantità e dalla complessità di regole e adempimenti. Impatto selettivo che non viene valutato e discusso quanto meriterebbe. La regolamentazione non è mai neutrale. Lo è tanto meno quanto più è estesa e si prolunga nel tempo.

Ci siamo posti questo problema nella ricerca appena portata a termine presso il Mofir del dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dell’Università politecnica delle Marche. Abbiamo compiuto una indagine diretta su un campione di 39 banche italiane per valutare gli effetti della attuale regolamentazione. In primo luogo, emerge che la tendenza prevalente è quella di non stimare gli oneri imposti dalle autorità di controllo. Soltanto una minoranza di banche, pari a un quarto del campione, effettua stime, ma molto approssimative. L’indicazione che se ne può trarre è che spetterebbe alle autorità chiedere alle banche vigilate di rilevarne i costi proprio ai fini di avere consapevolezza del bilancio costi benefici degli interventi. I dati raccolti rivelano che nei sei anni 2010-2016 di interventi anti-crisi sono significativamente aumentati gli addetti alla gestione degli adempimenti normativi (+52%) e i relativi costi del personale, con un’incidenza maggiore per le banche più piccole. Sono indizi utili a sostenere la presenza di economie di scala dell’impatto della bolla regolamentare. Altri costi della regolamentazione riguardano i consistenti aumenti delle spese per consulenze esterne e delle spese di aggiornamento e formazione del personale, necessarie per far fronte alla complessità del flusso crescente di norme. Inoltre, nei sei anni presi in esame il tempo dedicato dai consigli di amministrazione alle delibere sugli adempimenti regolamentari è passato da meno del 25% a oltre il 50% per la maggioranza delle banche intervistate. Al maggiore impegno gestionale a “fare adempimenti amministrativi” corrisponde però il minore tempo dedicato a “fare banca” nel senso di operare sui mercati. Sul fronte dei benefici risulta evidente che il top management intervistato è più prudente nella gestione dei rischi e più consapevole dell’importanza della stabilità della banca. Se però prendiamo in esame le sanzioni comminate dalle autorità di vigilanza, con riferimento a tutte le banche italiane, con la crisi sono aumentate in termini sia di numero di provvedimenti sia di valore medio. Buona parte dipende dalla crescita del credito deteriorato che ha indotto ad accentuare l’azione di vigilanza. Ma riteniamo che abbia avuto un peso non trascurabile anche la complessità del crescente flusso di adempimenti da rispettare. In più l’impatto dei maggiori carichi sanzionatori è ancora parzialmente asimmetrico. Se da un lato il numero delle sanzioni comminate alle banche più piccole è in linea con la loro numerosità (93% del totale delle sanzioni e il 95% del totale del numero di banche), dall’altro risulta invece essere maggiore per le piccole banche l’impatto in termini di valore, ragguagliandosi al 73% del valore delle sanzioni rispetto alla quota minoritaria (circa il 20%) che esse rappresentano sull’attivo totale del sistema bancario italiano. Sia pure indirettamente, questa potrebbe essere un’altra conseguenza delle carenze nell’applicazione del principio di proporzionalità. Lo confermano anche i banchieri intervistati, che si sono dichiarati insoddisfatti per l’inadeguato adattamento del sistema regolamentare alle diverse tipologie di banche, per dimensione, modello di business, area e clientela di riferimento e livello di rischiosità.

Il principio di proporzionalità è stato riconosciuto nel 2012 dal Comitato di Basilea e ripreso nei documenti ufficiali delle istituzioni europee. Richiede di adattare la nuova regolamentazione alle diverse caratteristiche delle banche vigilate. Compito difficile, ma necessario. È sorprendente riscontrare che a questo principio non è stata ancora data adeguata attenzione nelle norme nazionali degli stati membri, ai quali è stata demandata l’applicazione. Paradossalmente l’adozione della progressività regolamentare è meglio garantita negli Stati Uniti che in Europa e in Italia, dove il sistema finanziario è più banco-centrico e la sua distribuzione dimensionale e territoriale più articolata.

Adempiere pienamente all’applicazione del principio di proporzionalità è necessario per dare più flessibilità al sistema regolamentare. Questa convinzione trova non solo adeguato sostegno nell’evidenza empirica che abbiamo raccolto. Risponde anche al riconoscimento dell’importanza di mantenere un sistema articolato di banche, capaci di adattarsi alle diverse realtà territoriali in cui operano. Banche che siano sottoposte al vaglio della concorrenza imposta dal mercato e non alla selezione degli effetti asimmetrici delle norme imposte dal regolatore.

Professore emerito di Politica economica e professore 0rdinario di Economia politica presso l’Università politecnica delle Marche

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