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La speculazione come arma contro lo spread

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FINANZA E DEBITO

La speculazione come arma contro lo spread

La Finanziaria è la classica manovra pre-elettorale: aumenta la spesa corrente per circa 13 miliardi priva di coperture credibili, distribuita col bilancino a beneficio dei due partiti di governo: poco meno di 7 al reddito di cittadinanza (M5S) e altrettanti per la “quota 100” (Lega), con qualche spruzzata di pura demagogia, come le terre demaniali regalate a chi fa un terzo figlio.

Di per sé, l’aumento del deficit non giustifica uno spread di 300 punti.

Un livello che incorpora il rischio dell’uscita dell’Italia dall’euro: circa 100 punti se si guarda al differenziale tra il Credit default swap (Cds) italiano attuale e quello ante-2014 senza il rischio di ridenominazione; 150 se si considera il differenziale tra il Cds italiano e quello medio dei 10 Paesi di pari rating. Il rischio permane, nonostante le le ripetute affermazioni di non voler uscire dall’euro a meno, come alcuni aggiungono, di esserne costretti. Ma è proprio questo distinguo a preoccupare.

La strategia dichiarata era infrangere le regole europee con un aumento della spesa pubblica finanziato col debito. Nel caso il mercato non fosse disposto a sottoscriverlo a tassi sostenibili, o un’asta andasse deserta, si chiederebbe alla Bce di intervenire (senza condizionalità). In caso contrario, la ventilata minaccia di azzerare il saldo negativo di Target 2 della Banca d’Italia (lo sbilancio dei pagamenti verso i non residenti, 492 miliardi che figurano come credito verso la Bundesbank). “Costretta” a dar seguito alla minaccia, l’Italia si porrebbe fuori dall’euro, con effetti depressivi devastanti, sia interni sia in Europa. La retorica è servita a rendere la minaccia credibile, mutuando la logica della Mutually Assured Destruction che giustificava la corsa all’atomica durante la guerra fredda.

Personalmente l’“atomica economica” in mano a Di Maio e Salvini mi terrorizza. Ma oggi questa strategia non è più neanche nel loro interesse. Politicamente, hanno già raccolto i voti estremisti, ma per vincere le elezioni europee dovrebbero conquistare anche parte di quelli moderati; economicamente, il forte rialzo degli interessi sul debito vanifica l’effetto espansivo della spesa pubblica e mette in crisi il sistema bancario, con effetti recessivi.

È ora di cambiare retorica e trovare con l’Europa una via di uscita dalla conflittualità che hanno deliberatamente ricercato. Si potrebbe limare la componente politicamente irrinunciabile di spesa pre-elettorale, magari mostrando come diverse poste in bilancio (investimenti, reddito cittadinanza) probabilmente non si materializzeranno nella misura prevista. Ridurre quella strutturale che incide maggiormente sulla dinamica della spesa a lungo termine. E cominciare ad avanzare argomentazioni ragionevoli: in periodi di stagnazione e capacità produttiva inutilizzata, come oggi in Italia, il moltiplicatore della spesa pubblica (se i tassi non aumentano), può essere superiore all’unità; l’Italia mantiene comunque un avanzo primario; il rigore fiscale degli anni passati è risultato controproducente, aumentando il debito pur con una politica monetaria espansiva, mentre il Qe termina a fine anno; e l’inflazione è sempre rimasta sotto l’obiettivo dichiarato del 2%, aggravando l’onere del debito italiano.

Agli “speculatori” interessa guadagnare, poco importa se con un rialzo o un ribasso dei tassi. Lo spread a 300 punti non è un equilibrio duraturo: o schizza a 500 o torna a 150. Disinnescando il rischio Italexit, oggi il governo ha la possibilità di usare la speculazione a proprio vantaggio per ridurre lo spread. Speriamo lo capisca.

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