Commenti

Fondamentali solidi, l’Italia non rischia

  • Abbonati
  • Accedi
Interventi

Fondamentali solidi, l’Italia non rischia

Il venir meno dei punti di riferimento ideologici che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni di storia politica europea e occidentale, ha spinto gli analisti a sostituire il comunismo, il capitalismo, il socialismo, il liberismo con nuovi nomi: sovranismo e populismo. Insomma, altri “ismi” da usare per sentirsi sicuri di poter chiudere in un perimetro, quello delle parole, gli effetti dell’evoluzione sociale.

Peccato che in nessuna epoca il significato degli avvenimenti possa essere semplificato attribuendo soltanto dei nomi a fenomeni economico-sociali, tantomeno quella in cui viviamo.

Invece che sperticarsi nell’attribuire nomi ai comportamenti degli individui, basterebbe fotografare la situazione economica globale per accorgersi che l’Italia, ma anche l’Europa nel suo complesso, vive una condizione di delirio solipsistico nella quale si pensa di poter continuare a essere player mondiali competitivi conservando sistemi decisionali ottocenteschi.

Non sono il sovranismo e il populismo che ci impediranno di crescere e avere un ruolo nell’economia mondiale, ma l’insostenibile lunghezza della filiera decisionale di cui sono vittime le democrazie europee, in particolare quella Italiana.

Proviamo a mettere in fila alcuni nomi di Paesi con i quali competiamo economicamente a livello globale: Cina, Stati Uniti, India, Brasile, Emirati Arabi, Russia.

Tutti questi Paesi hanno in comune una filiera decisionale cortissima, che consente, ad esempio, di realizzare infrastrutture che da noi sono inimmaginabili non perché mancano le risorse, ma perché non basterebbero due secoli per smaltire i tavoli che dovrebbero essere convocati per decidere nel merito. E questo non riguarda solo le infrastrutture, ma qualunque segmento dell’indirizzo e dell’azione politico-economica del Paese.

Negli Stati Uniti e in Cina le decisioni, anche quelle più importanti, vengono prese dai governi in 24 ore e così pure negli altri Paesi citati, mentre in Italia e in Europa si discute per mesi, anzi per anni. E non mi si venga a parlare di democrazia per favore, perché gli Stati Uniti sono il simbolo mondiale della libertà e della democrazia. In Brasile e in Russia, come in India, si svolgono libere elezioni.

Qui la democrazia non c’entra. Semmai c’entra la burocrazia ed è questa che più di ogni altro teme l’espansione e il rafforzamento di movimenti sovranisti e populisti che fondano la loro natura principalmente sulla disintermediazione.

Ci sono tanti modi per organizzare una democrazia e il nostro, quello italiano ed europeo, non è competitivo e non risponde più alle esigenze di rappresentanza dei cittadini che chiedono sempre di più coerenza alla politica e azioni rapide e concrete alle istituzioni. Tale necessita è resa ancora più urgente in situazioni di tensione economica e d’instabilità dei mercati che notoriamente reagiscono sulla base di suggestioni irrazionali. Un Paese come l’Italia - dove tutti parlano, ma nessuno decide - per sua natura è esposto più degli altri alle turbolenze. Un esempio è l’altalena dello spread di queste ultime settimane, in cui si è fatto il processo alle intenzioni a una manovra economica che non era ancora stata presentata.

Lo spread dimostra di essere sempre di più un parametro variabile su base irrazionale e l’Italia, che dispone della seconda ricchezza privata al mondo, può permettersi, per difendersi dagli attacchi speculativi esterni, di proporre ai cittadini di acquistare direttamente loro i titoli di Stato come è sempre accaduto fino alla metà degli anni 90.

Che bisogno c’è di collocare all’estero presso investitori speculativi come fondi e società finanziarie, i nostri titoli, se le famiglie italiane sono in grado di assorbire da sole questo fabbisogno? I Cir (Conti individuali di risparmio) che saranno operativi nel 2019 vanno proprio in questa direzione: raccogliere risparmio dalle famiglie concedendo uno sconto fiscale e destinare le risorse raccolte in titoli di Stato per finanziare investimenti in infrastrutture.

E non ci vengano a raccontare che in questo modo sposteremmo il rischio Paese sulle famiglie, perché la verità è che non esiste per fortuna alcun rischio default per un Paese come l’Italia i cui fondamentali sono forti e stabili.

Per prendere decisioni d’importanza capitale come questa non serve solo coraggio, lucidità e visione, ma occorre cambiare le regole di funzionamento dell’ordinamento. Se sovranismo e populismo potranno contribuire a realizzare una riforma di gestione dello Stato, allora dovrebbero essere sostenuti e incoraggiati dal sistema produttivo ed economico del Paese perché non potrà che trarne giovamento. Invece di continuare a rivendicare come un mantra il rispetto delle regole europee, chi legge pensi a come funziona la propria azienda. Se il processo decisionale fosse quello della Repubblica Italiana o della Ue, sarebbe ancora sul mercato?

© Riproduzione riservata