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Perché trump non ha puntato sull’economia

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Servizio |il voto di midterm

Perché trump non ha puntato sull’economia

Per un presidente dotato di naturale modestia come Donald Trump, colpisce che non abbia condotto la campagna elettorale decantando il tasso di crescita dell’economia che negli ultimi due trimestri è stato più alto del tasso di disoccupazione. Dal punto di vista economico il sorpasso non ha un gran significato, ma è pur sempre un evento che non accadeva da quasi 50 anni. Cosa ha frenato Trump? Un collaboratore del presidente dice che il -7% della Borsa a ottobre ha spaventato la Casa Bianca «come se ad Halloween la maledizione dei Democratici sul boom insostenibile fosse sbucata dal terreno».

A Washington, una città in cui solo un elettore su 25 ha votato Trump nel 2016, si fatica a credere che la rudimentale politica economica di Trump, stimoli fiscali e protezionismo, possa costituire un modello stabile. Ma mentre chiacchieriamo a Brookings, un membro del board della banca centrale sostiene che «forse le nostre vecchie stime sul tasso di crescita potenziale dell’economia erano troppo basse e forse quelle sul suo tasso di disoccupazione naturale troppo alte». Le famiglie sono tornate a risparmiare, gli investimenti sono un po’ saliti. Anche se i dati sulla produttività sono ambigui e la disoccupazione non smette di scendere, i salari reali finalmente aumentano, ma in linea con gli obiettivi di inflazione. In sostanza, una fase espansiva già durata nove anni, è destinata a diventare la più lunga di sempre. Perché allora in campagna elettorale Trump ha preferito parlare di immigrazione e fili spinati?

Una spiegazione è che sembrano finiti i tempi in cui “è l’economia, stupido” a decidere le elezioni. I nuovi lavori sono pagati poco e gli aumenti di reddito sono concentrati tra pochi elettori ricchi. Per non uscire dai binari, la crescita ha bisogno di salari bassi, cioè disuguaglianza, ma Trump può rivendicarlo? I cittadini poi soffrono di amnesia fiscale: dopo un anno, 9 su 10 scordano i tagli alle tasse. Pensano che i soldi siano rimasti dove dovevano stare: nelle loro tasche. La seconda spiegazione è che, alla fine, i calcoli sulla domanda e l’offerta sono semplici e indicano che la crescita potenziale americana è inferiore al 2%. Dieci anni dopo l’inizio della crisi, non c’è segno che l’economia possa crescere al 3%. 2018 e 2019 saranno anni particolari, ma poi ci sarà il «ritorno alla media» del 2%, previsto da chi tiene conto del pensionamento dei baby boomer.

La crescita viene da due fonti: la ripresa della domanda, quando l’economia si riavvicina al livello di crescita potenziale e l’aumento del livello potenziale stesso, quello che chiamiamo lato dell’offerta. Oltre il 40% della sorpresa nella crescita da metà 2016 a oggi è dovuta a una ripresa ciclica della domanda (chiusura dell’output gap), ma il resto è un aumento del livello potenziale, che indica una crescita strutturale più forte. La stessa proporzione varrà nei prossimi anni: la disoccupazione diminuirà, ma i salari e i prezzi non saliranno molto. Chiuso l’output gap, la crescita scenderà al livello potenziale.

Dal lato della domanda, non ci sono margini. Uno studio di Brookings calcola che i tagli delle tasse e la spesa pubblica faranno crescere il Pil dello 0,8% nel 2018, ma lo stimolo scenderà a 0,2% nel 2019. La differenza va colmata da investimenti privati che per ora si vedono poco. La politica fiscale, anzi, li sta facendo anticipare, ma così potrebbero frenare nel 2020 e fermarsi dal 2023, in coincidenza con l’uscita da condizioni monetarie troppo accomodanti.

Quanto ai consumi, il mercato azionario, nel 2017 aveva dato un impulso pari allo 0,75% del Pil attraverso l’effetto ricchezza. Ma entro il 2019 si prevedono quattro rialzi dei tassi e con profitti delle imprese aumentati del 24% in un anno, il ciclo sembra più che maturo. Se il rapporto price/earnings è corretto, cioè se bisogna pagare di più per acquistare un dato livello di rendimento, allora i rendimenti futuri saranno minori e questo ridurrà la crescita basata sui consumi. Lasciando inoltre le famiglie indebitate vulnerabili a tassi più alti e rendimenti più bassi. Infine è una certezza matematica che la disoccupazione non possa calare ogni anno dello 0,6% come nel 2017-2018.

La crescita dovrà quindi venire dal lato dell’offerta. Tuttavia, dato il profilo anagrafico e i freni all’immigrazione, la forza lavoro aumenterà non più dello 0,5% all’anno. Un reintegro di chi è inoccupato è improbabile vista la tendenza al declino dagli anni ’50 (per le donne dal 2000). Non resta che la produttività, una variabile molto incerta. Nel 2017 la produttività dell’economia intera è cresciuta dello 0,9% vicino all’1% medio del decennio precedente.

Facendo la somma, tenendo conto dei valori medi, allora la crescita dell’economia nei prossimi anni sarà dell’1,5%. Se va bene, forse la produttività potrebbe tornare alla media storica degli ultimi 50 anni, cioè l’1,6% che spingerebbe la crescita complessiva al 2,1%. Una stima neutrale fisserebbe all’1,8% la crescita media annua 2020-2030.

Per Trump il vero problema è dunque passare dal 4% di oggi al 2% di domani senza un crollo dei mercati che coincida con Halloween 2020, data delle prossime presidenziali.

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