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Tria, la pubblica amministrazione e il dilemma del fiscal compact

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Tria, la pubblica amministrazione e il dilemma del fiscal compact

Giovanni Tria viene considerato un uomo mite, di buon carattere. «Ma bisogna sempre temere le arrabbiature dei miti...», commenta con un sorriso. Romano, 70 anni, due matrimoni, due figli, laurea in giurisprudenza, studi economici di specializzazione negli Stati Uniti e altrove, due anni di esperienza in Cina, carriera accademica in Italia fino alla presidenza della facoltà di economia di Tor Vergata a Roma. Da giovane è stato un rivoluzionario maoista, gruppo Stella Rossa. Figlio di un dirigente di Confindustria e di un’insegnante di francese, «affliggevo i miei genitori con i miei comizi politici nel tentativo vano di coinvolgerli nella Causa. Li ho sfiniti, non ne potevano più», mi racconta.

«Ho diretto per un anno il giornale Stella Rossa, fino alla chiusura. Ho sostituito il sottotitolo (Giornale degli operai e dei contadini, come i fogli cinesi di Mao) con Per un socialismo liberale. Mi accusavano di moderatismo: “Sei un professorino di destra”. Mi espulsero quando in una riunione dissi, citando Borges, che mi sentivo un gentiluomo appassionato solo alle cause perse... Poi me ne andai in Cina per due anni». (...)

Voi avete ipotizzato una crescita di 1,5 punti e in pochi credono che sia realizzabile, visto che il 30 ottobre l’Istat ha limitato a un punticino la crescita del terzo trimestre 2018.

Come pensate di salire? «La mia insistenza per far ripartire gli investimenti pubblici non è dovuta solo alla convinzione di noi keynesiani che essi servono a mantenere la domanda interna. In realtà, questo renderà più conveniente anche ai privati fare investimenti nel momento in cui quelli pubblici garantiscono la realizzazione di infrastrutture utili agli stessi privati». E prosegue: «L’insufficienza degli investimenti pubblici nelle infrastrutture investe tutti i Paesi avanzati, in Europa e fuori. Lo sostiene da tempo anche il Fondo monetario internazionale e Trump ha promesso di intervenire».

Tria è stato per sei anni (2010-2016) alla guida della Scuola superiore della Pubblica amministrazione. Viene, perciò, da chiedere come mai in quel settore non si siano avvertiti miglioramenti sensibili. Lui sorride: «Utilizzai la mia battuta sulla passione per le cause perse al momento di insediarmi alla guida della Scuola. La Pubblica amministrazione non funziona per un eccesso sbagliato di regole e per l’avvicendarsi troppo frequente di ministri. Ogni volta che cambia governo, il funzionario pubblico si sente dire dal ministro che le regole cambieranno. Per cambiarle, tuttavia, ci vuole tempo e il funzionario pubblico sa che il governo successivo le cambierà ancora. Il suo comportamento razionale è perciò di non cambiare nulla».

Secondo il ministro dell’Economia, è stata progressivamente distrutta la capacità tecnica delle pubbliche amministrazioni: «Non esiste più il genio civile, non esistono più i comitati tecnici. Non c’è più niente. Si è passati da una Pubblica amministrazione che fa a una che delega all’esterno. Questo in sé non sarebbe sbagliato, ma una Pubblica amministrazione che per un lungo periodo non fa, finisce per non saper fare. E chi non sa fare, non sa far fare agli altri».

Chi viene penalizzato, secondo Tria, è l’amministratore pubblico: «Se non ha le strutture tecniche che gli diano sicurezza, l’amministratore si costruisce un sistema di procedure che lo garantiscono. La mia opinione è che questo sistema difensivo assomiglia all’apprendista stregone di Disney. Tra codice degli appalti e sistemi anticorruzione, il sistema difensivo si è ribaltato contro chi lo ha costruito e siamo alla paralisi. L’amministratore pubblico che deve firmare qualcosa senza essere garantito sulla sua correttezza tecnica, alla fine non firma».

Come pensate di intervenire? «Stiamo lavorando alla riforma del codice degli appalti e a semplificare molte procedure», mi spiega. «Personalmente sto proponendo un’azione che intervenga sull’assenza di capacità tecnica nelle amministrazioni. Ho constatato che non si spende perché non ci sono i progetti. Costituiremo una centrale di progettazione per le opere pubbliche con il compito di fornire i progetti alle amministrazioni centrali e periferiche. Le grandi opere hanno capacità progettuali, ma la maggior parte delle opere non realizzate riguarda strade, scuole, ospedali. Io stanzio i fondi, tu, Comune, hai a disposizione i soldi per la scuola, ma se non hai il progetto, te lo fornisco io insieme all’assistenza procedurale per bandire le gare di appalto».

Una grande, lodevole ambizione, osservo. «Certo, ma bisogna andare in quella direzione. Oggi un sindaco che ha i soldi per un’opera pubblica deve fare innanzitutto la gara per un progetto. Se non si blocca tutto per un abuso di ufficio si blocca per un ricorso. Così non si va avanti».

«Non avrei firmato il fiscal compact»

Il governo ha incontrato le società partecipate dallo Stato chiedendo di affrettare i loro investimenti, ricordo a Tria. «Sono programmi importanti e loro sono in grado di accelerare un 10% su quanto previsto. Se lo facessero, avremmo 10 miliardi in più di investimenti in un anno».

Lei sa che c’è la via crucis delle autorizzazioni... «Occorre per questo un monitoraggio costante e una forte moral suasion. Se non ti pronunci presto, puoi spiegarmi per favore le ragioni? Mi spieghi perché impieghi più di otto mesi per un parere per il quale ne sarebbe sufficiente uno? Le faccio un esempio personale. Un giorno ho chiesto a un ministro perché era ferma una certa questione. Lui non ne sapeva niente, si è informato e adesso quella procedura si sbloccherà».

Non trova che debba essere riconsiderata la valanga di abusi di ufficio che travolge gli amministratori pubblici? «L’abuso di ufficio provoca nella Pubblica amministrazione quella che tecnicamente si chiama “selezione avversa”. Se faccio pagare una polizza assicurativa troppo alta, aderisce soltanto chi pensa che l’evento accada, cioè il contraente che immagina di fallire. Questa si chiama selezione avversa del cliente. Nella Pubblica amministrazione la persona onesta tende a fare il meno possibile. Chi accetta il rischio di fare di più, spesso esige un premio non legittimo. Così nasce la corruzione di chi si muove più degli altri».

In effetti, quando si arresta un funzionario corrotto, si scopre che in genere è bravo e dinamico. «Dobbiamo dare un segno immediato che si inverte la tendenza», mi spiega Tria. «Se riusciamo a sistemare subito tanti piccoli investimenti, già nel 2019 potrebbe ripartire l’edilizia. Con le leggi vigenti, se si vuole, si può fare quasi tutto. Se ci dedichiamo soltanto a cambiare le regole, nel frattempo non combiniamo niente. Nel passato, il politico diventato ministro varava come prima cosa una riforma. Poiché la riforma doveva aspettare l’approvazione parlamentare, lui non era responsabile dell’esito finale e non si prendeva le sue responsabilità di amministratore. La ricetta per la paralisi».

Più che la bocciatura dell’Europa, Tria teme l’avanzata dei movimenti sovranisti: «Nell’Europa centrosettentrionale questi movimenti sono ostili all’Italia. Il premier austriaco Sebastian Kurz ha detto di non essere disposto a pagare i debiti italiani. Io l’ho zittito ricordando che l’Italia non ha mai chiesto niente e che ha speso 60 miliardi di euro per contribuire al salvataggio di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo».

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