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Gestione dei risparmi personali? Italiani sicuri ma incompetenti

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L'Analisi |rapporto consob

Gestione dei risparmi personali? Italiani sicuri ma incompetenti

«Nessun errore decisionale è più pervasivo e potenzialmente più catastrofico dell’eccesso di fiducia in se stessi (overconfidence)». Così scriveva qualche anno fa, lo psicologo Scott Plous, a proposito delle catene di eventi che determinarono i disastri di Chernobyl e dello Space Shuttle Challenger. Un eccesso di fiducia in se stessi che può accecare e far perdere il senso del limite, far sbagliare prospettiva o farci credere di essere ciò che in realtà non siamo. L’overconfidence spiega, per esempio, perché il 93% degli automobilisti americani si ritenga un guidatore più abile della media. Lo stesso vale per la maggioranza dei gestori di fondi finanziari, degli ingegneri e di molte altre categorie di esperti, tutti convinti di essere migliori della maggior parte dei colleghi.

Un elevato livello di overconfidence è ciò che emerge dai dati raccolti nel rapporto che la Consob ha appena reso noto su Le scelte di investimento delle famiglie italiane. Seguendo il modello del National Financial Capability Study americano, la Consob ha iniziato negli ultimi anni a raccogliere e analizzare i dati relativi alle scelte finanziarie delle famiglie italiane e a metterli in relazione con vari elementi, non solo socio-demografici - età, reddito, istruzione, etc - ma anche con le attitudini psicologiche. Scopriamo, per esempio, che i risparmi delle famiglie italiane sono stagnanti a un livello pari a quello del 2012 e che il tasso di risparmio si attesta a un livello inferiore a quello della media europea, ma anche che la media delle nostre competenze finanziarie è piuttosto bassa: un intervistato su due non conosce le nozioni finanziarie di base. Solo uno su cinque conosce concetti avanzati. Sappiamo cos’è una percentuale, ma l’80% di noi non riesce a capire il concetto di probabilità. Alcuni strumenti finanziari sono noti alla maggioranza degli intervistati, ma solo il 10% di loro è in grado di ordinarli correttamente secondo il loro livello di rischio.

Ma il dato forse più interessante che emerge dal rapporto è la relazione inversa fra livello di competenze e fiducia nelle proprie capacità finanziarie. Tanto meno conosci, tanto più pensi di sapere. Mentre i saggi, da Socrate in poi, hanno imparato a sapere di non sapere, gli altri tendono a credere di sapere più di quanto sappiano in realtà. Non è un fenomeno isolato. Anche gli americani soffrono della stessa sindrome. Dal 2009 al 2015 la percentuale di coloro che possiedono buone competenze finanziarie è passata dal 42 al 37%, allo stesso tempo coloro che pensano di avere competenze elevate sono passati dal 67 al 76 per cento. Meno sai, più pensi di sapere.

Le conseguenze di questo fenomeno sono serie perché hanno a che fare con la stabilità e la sicurezza economica di gran parte delle nostre famiglie. Basse competenze, in questo campo, determinano scelte sbagliate che ci possono esporre a rischi eccessivi o che ci rendono incapaci di pianificare il futuro e più vulnerabili a shock esterni e a comportamenti opportunistici o predatori.

Per questo è necessario che il tema dell’educazione finanziaria diventi sempre più centrale, come strumento per favorire l’inclusione e la reale partecipazione alla vita economica e democratica. Comprendere e padroneggiare anche pochi semplici concetti può far aumentare di molto le opportunità che le famiglie possono sfruttare per aumentare il loro benessere e la loro sicurezza e quella delle generazioni future. Lo stimolo, però, in questo senso, deve partire dal settore pubblico, dall’alto, proprio perché a causa dell’overconfidence, proprio chi sa meno è meno propenso a chiedere aiuto o a formarsi. Ma è anche necessario seguire vie nuove per la promozione della cultura economico-finanziaria.

La maggior parte degli studi, infatti (ad esempio, Fernandes, Lynch e Netemeyer, Financial Literacy, Financial Education, and Downstream Financial Behaviors, Management Science, 60, 2014) rilevano una scarsa efficacia dei programmi di formazione tradizionali. Non bastano le conoscenze economiche e finanziarie a indurre comportamenti virtuosi. Ciò che occorre cambiare, invece, sono le abitudini apprese di consumo e di risparmio. Spendiamo troppo, per esempio, in beni posizionali che hanno un rendimento estremamente basso nella generazione di benessere e troppo poco nella produzione di beni pubblici, comuni e relazionali, che invece danno un contributo sostanziale alla nostra qualità di vita. L’educazione finanziaria passa quindi anche attraverso la diffusione e la promozione di modelli di consumo e di risparmio che siano più sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale. Occorre infine che le istituzioni di regolazione, autorevoli e indipendenti, contribuiscano maggiormente a ridurre i rischi derivanti da comportamenti non perfettamente informati e non perfettamente razionali. Perché un bilancio familiare fatto bene può dirci ciò che non possiamo permetterci di comprare, ma non potrà mai impedirci di farlo.

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