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Nessuna crisi prima del voto sulla manovra

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Servizio |politica 2.0

Nessuna crisi prima del voto sulla manovra

(Ansa)
(Ansa)

Nessuna crisi, nessun voto anticipato. Ieri Salvini ha cercato di smentire le voci sulle elezioni ma la tensione resta. Il punto è che questi rumors datano a marzo il possibile ritorno alle urne partendo dall’assunto che non si possa unire il voto politico e quello delle europee, previsto per fine maggio. E invece, chi nel Governo sta accarezzando l’idea, ha fatto setacciare tutte le norme sulla materia e ne ha trovata una che è un “nullaosta” all’election day. Si tratta dell’articolo 7 del decreto n. 98 del 2011 che aprirebbe le porte a un unico voto e che, a questo punto, diventa una data utile in caso di crisi di Governo. Se davvero la situazione politica dovesse precipitare è complicato costruire un percorso accelerato che porti allo scioglimento entro i primi di febbraio per votare a marzo. Più accessibile sarebbe la finestra delle europee.

Fino all’approvazione della manovra, nessuno pensa a una crisi. La ragione è evidente. I rischi sarebbero enormi per la tenuta finanziaria del Paese e un gesto di rottura sarebbe sanzionato pure dagli elettori, ancora di più da quel Nord produttivo che guarda a Salvini. E in effetti, il clima che si respira nella Lega è di tenere le righe fino alla fine dell’anno e poi si vedrà. Perché quella delle elezioni non è una decisione già presa ma è un’opzione. Un’opzione che scatterebbe non solo per le differenze tra i due alleati, con i nodi che già sono emersi su infrastrutture e giustizia, su reddito di cittadinanza e immigrazione, ma soprattutto se dovesse mettersi male per l’economia. Già oggi l’Europa con le sue previsioni macro-economiche, smonterà il dato sul Pil e sul deficit. È dunque lo spettro del “cuocere a fuoco lento” quello che assilla Salvini - e ultimamente anche Di Maio - sia per l’incompatibilità su tanti fronti e sia a causa della morsa stretta dall’Europa sull’Italia. A cui, da gennaio, si potrebbe sommare la dissolvenza dell’aiuto Bce. Sono questi i punti di domanda che tengono in caldo l’idea di una fuga verso il voto, a maggior ragione da quando gira quella norma che consente l’abbinamento tra voto europeo e voto politico a maggio. Una cronologia perfetta anche per i primi effetti delle due riforme bandiera: quota 100 e reddito di cittadinanza. Marzo, infatti, è una data troppo acerba per raccogliere i frutti innanzitutto dei 780 euro.

Ma l’altra ragione per cui sull’election day c’è stato un sospiro di sollievo è, appunto, economica. Se i segnali di oggi di una frenata di investimenti privati e consumi dovessero “smontare” le previsioni della manovra, allora fare la prossima legge di bilancio nell’ottobre 2020 comporterebbe tagli veri o revisione delle riforme su pensioni e reddito. È vero che Salvini punta sull’onda populista al voto europeo ma è difficile immaginare un ribaltamento degli equilibri sui temi economici. Proprio in occasione del giudizio europeo sulla manovra italiana, il più severo con il Governo è stato l’austriaco Kurz che è stato osannato dai sovranisti e che rappresenta l’ala destra dei popolari europei.

E allora quell’articolo 7 che dice «qualora nel medesimo anno si svolgano le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, le consultazioni di cui al comma 1 (amministrative e Senato e Camera) si effettuano nella data stabilita per le elezioni del Parlamento europeo», diventa una via d’uscita. Ma chi ci sta puntando fa i conti senza l’oste, cioè senza il Quirinale. È chiaro che con una legislatura agli inizi ci sarebbe più di una perplessità del Colle e il tentativo di cercare tutte le strade per non sciogliere le Camere. Del resto accadde anche con Renzi: all’indomani della sconfitta referendaria nel 2016, l’ex premier del Pd fece di tutto per ottenere le urne - in più round - ma non la spuntò.

Naturalmente, poi, i calcoli politici di queste ore non tengono conto del rischio di nuove fiammate sui mercati o di emergenze bancarie.

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