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Quel legame indissolubile tra Milano, la cultura e l’industria

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società

Quel legame indissolubile tra Milano, la cultura e l’industria

Milano (Marka)
Milano (Marka)

C’è stato un momento in Italia in cui il migliore capitalismo illuminato - mi riferisco alla Olivetti, alla Pirelli, all'Eni - ha stretto un vincolo con gli uomini di lettere, trovando in essi quegli stimoli, quelle suggestioni attraverso cui far transitare il concetto di impresa dal piano della produzione e commercializzazione di un prodotto al piano del valore fenomenologico di quel prodotto, cioè al suo manifestarsi dentro l'orizzonte della modernità e dunque all'essere parte di una narrazione che si attiene alla crescita economica e morale. Questo momento ha coinciso all'incirca con gli anni del miracolo economico ed è stata la stagione in cui l'antica diffidenza che gli scrittori e i poeti avevano manifestato all'apparire del progresso tecnologico e scientifico - una diffidenza che nascondeva il pericolo della nostalgia per un tanto inutile quanto fuorviante vagheggiamento per uno stato di natura - era stata messa da parte in nome di un'inedita concordia tra universi opposti.
Da questo matrimonio fra cultura e industria ci guadagnavano un po' tutti. Le aziende, da un lato, avevano trovato finalmente la maniera più efficace per entrare nell'immaginario di un Paese invaghito dal desiderio del benessere ma tutto sommato rimasto ancora sotto una linea di indecisione programmatica. I letterati, dall'altro, tornavano a sentirsi utili, tornavano cioè a sperimentare una posizione di centralità nel delinearsi di un secolo che fino ad allora li aveva esclusi dai processi vitali, relegandoli a un ruolo marginale e tutto sommato incolore: quello di semplici arcadi o di epigoni di una felicità cercata nelle retroguardie del proprio io. Costretti all'obbedienza o al dissenso sotto il fascismo, cooptati forzatamente nei ranghi dei partiti politici nell'immediato dopoguerra, messi fuorigioco dai flussi della Storia che procedeva in tutt'altra direzione rispetto a quanto essi stessi avevano preventivato, l'industria offriva agli intellettuali una sorta di cattedra da cui tornare a professare la religione del proprio tempo, darsi un contegno di autorevolezza là dove invece rischiavano di perdere in credibilità. I vantaggi furono immediati e diedero subito frutti: per comprendere il miracolo economico non esiste documento più accreditato delle riviste “Pirelli”, “Civiltà delle Macchine”, “Il Gatto Selvatico”, “Comunità”. E anche se molte opere letterarie presentano tracce di un dissenso più o meno latente, pur se spesso chi legge romanzi o saggi è posto di fronte ad atteggiamenti che conoscono i toni di un'apocalittica antimodernità anziché l'entusiasmo degli “integrati”, come avrebbe scritto Umberto Eco, ciò si deve al problematico intrecciarsi di ideologia e di opportunità materiali che i letterati non hanno mai del tutto chiarito, a stessi prima ancora che ai lettori. Basti pensare a figure come Volponi, Fortini, Bigiaretti: voci profondamente scettiche nei confronti del capitalismo ma altrettanto invischiati dentro la catena di montaggio della più rappresentativa azienda in termini di corporate image come la Olivetti di Ivrea. Osservandolo con la distanza del tempo, il problema non riguarda più i principi di un'adesione incondizionata o di un rifiuto, ma verte, a più livelli, sul discorso dell'identità e dice di un tempo in cui, dinanzi ai fenomeni di un'Italia in crescita, ai letterati era richiesto il compito di scegliere. Essere intellettuale d'azienda voleva dire sentirsi scriba destinato a professare il verbo del padrone (e dunque, per certi versi, uomo dedito a tradire la sua natura di chierico) o diventare trait d'union tra le culture? Su questa domanda si è giocata la partita del Novecento, una partita persa in partenza e il più delle volte ancora oggi si fatica a comprendere la complessità di certe posizioni in cui il desiderio di fuga dal nuovo ha condizionato un anacronistico sentimento di inattualità. L'industria chiedeva semplicemente di essere capita, non giudicata e tanto meno demonizzata. Era il simbolo più evidente di quel procedere verso l'affermarsi di una civiltà che poneva le sue basi nei miti di un illuminismo difficilmente accettato da una categoria di uomini, come appunto si dimostrò la classe degli intellettuali, più protesi a risolvere i problemi del Quarto Stato che a correggere le anomalie del Terzo. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: le fabbriche recitarono un ruolo da protagonisti, i letterati si divisero tra partecipazione e dissenso e tuttavia non riuscirono mai a partorire un Buddenbrook tutto italiano.

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