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Banksy, l’irriverenza fatta ad arte

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al mudec di milano

Banksy, l’irriverenza fatta ad arte

(Afp)
(Afp)

Se volete avere un’idea di cosa sia l’arte di questi anni, l’anonimo street artist da Bristol, al secolo Banksy, rappresenta forse uno dei vertici più sicuri. Certo, ora è famoso, celebrato, strappa quotazioni milionarie; eppure si permette ancora il lusso di irridere questo mondo dell’arte, e, ancora meglio, del mercato dell’arte, come quando poco più di un mese fa ha “aspettato” che una sua opera tra le più iconiche, una bambina con palloncino, fosse battuta all’asta da Sotheby’s (superando il milione di sterline) per “azionare” un meccanismo che l’ha fatta autodistruggere.

In effetti, l’impermanenza è stata la cifra stilistica di Banksy. Le sue opere, eseguite per la maggior parte con lo stencil, applicate su muri, ponti, facciate di case popolari e scenari urbani vari, sono diventate subito icone di fine secolo: e il loro destino, per molto tempo, è stato quello di sparire (almeno, prima della notorietà) in fretta, cancellate dai proprietari dei muri, ansiosi di dare una mano di bianco, sbianchettate dalle forze dell’ordine, ricoperte persino da azioni di «Guerrilla Art» da parte di colleghi invidiosi. Banksy ha sempre guardato avanti: la sua arte, strettamente intrecciata a una dimensione di protesta civile e artistica al tempo stesso, non conosce limiti e non ha poi badato troppo al destino delle opere. E “protesta visiva” è forse il più adatto dei modi a definire la sua opera: così che «A Visual Protest. The Art of Banksy», la mostra al Mudec di Milano da oggi fino al 14 aprile 2019 (ovviamente fatta senza autorizzazione dell’artista), diventa sia un sunto che una modalità di osservazione (e di contesto) delle molte strategie visive adottate dal misterioso artista inglese.

Il progetto espositivo curato da Gianni Mercurio raccoglie circa 80 lavori tra dipinti, stampe numerate (edizioni limitate a opera dell’artista), oggetti, fotografie, video, circa 60 copertine di vinili e cd musicali da lui disegnati e una quarantina di memorabilia (litografie, adesivi, stampe, magazine, fanzine). Un percorso insolito eppure coerente con la mission di un museo come il Mudec, ovvero quella di fornire a ogni fascia di pubblico le chiavi di lettura per comprendere (e apprezzare) le culture del mondo e i grandi temi della contemporaneità. Si tratta di una mostra che prevede l’utilizzo solo di opere che non potessero essere sottratte illegittimamente da spazi pubblici, ma solo pezzi di collezionisti privati di provenienza e autenticità certificata. È una caratteristica importante che serve a illustrare una modalità dell’arte di Banksy, ma non la esaurisce (del resto, memore del situazionismo, l’autore considera a tutti gli effetti sia la performance “geografica” che lo stesso annientamento dell’opera un modo dell’agire artistico; paradosso: l’opera tagliuzzata probabilmente oggi vale di più di quando è stata battuta...).

La mostra, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, ha, coerentemente con la poetica di Banksy, un risvolto sociale e pubblico, al di fuori del museo. Infatti, a partire dal 27 novembre e fino al 15 gennaio 2019, 660 manifesti della dimensione di 140x200 cm verranno affissi nella città di Milano, per dare la possibilità, agli artisti che vorranno esprimersi, di trasformare il manifesto (che presenta una enorme chiazza gialla in campo bianco con lo slogan «Free Art Space») in una loro creazione artistica originale. Ogni 15 giorni ci saranno 220 manifesti per la città, poi, come da regolamento comunale, i manifesti verranno sostituiti per dare spazio a nuovi artisti: lo stesso destino che subivano, appunto, le prime creazioni di Banksy. E chissà che tra i “graffitari” milanesi, nonostante cancellazioni, strappi, rimozioni e distruzioni, non venga fuori il prossimo Banksy. O persino uno più bravo.

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