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Rocca: «giovani e conoscenza per ritrovare il sogno europeo»

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Editoriali

Rocca: «giovani e conoscenza per ritrovare il sogno europeo»

Ripartire dalla conoscenza e dalla ricerca. Puntando sui giovani per ricostruire un’identità e dare un futuro all’Europa. Il Piano Marshall che Gianfelice Rocca auspica come momento di riscatto e rilancio per il continente passa dalle infrastrutture, come ipotizzato qualche giorno fa da Marco Tronchetti Provera ma guarda anche e soprattutto oltre. Nella consapevolezza che di fronte alla forza crescente dei due colossi globali, Stati Uniti e Cina, soltanto un’Europa coesa, colta e competitiva sul piano tecnologico possa giocare un ruolo da protagonista ed essere motore di sviluppo e inclusione. «Rilanciare il sogno europeo come casa comune superiore è necessario - spiega il presidente di Techint - a maggior ragione nel momento in cui si alzano i toni del confronto tra Washington e Pechino, con la Cina a voler giocare senza più alcun timore un ruolo globale egemonico e gli Stati Uniti a reagire con dazi e contromisure per mantenere una relativa indipendenza tecnologica».

Il tema della dimensione, dei mercati, delle risorse da mettere in campo, della forza d’urto in termini diplomatici, diventa così sempre più rilevante, per gli Stati così come per le singole imprese. «Oggi - spiega Rocca - per portare un farmaco sul mercato servono 2,6 miliardi di dollari. Se guardiamo alla rivoluzione tecnologica in atto, agli sviluppi di Cina e Stati Uniti, ci rendiamo conto di quanto sia cruciale per noi avere un mercato unico e regole comuni». Un quadro esogeno complesso, che l’Europa affronta però da una posizione di debolezza, «una profonda crisi - spiega Rocca - che parte dallo smarrimento dello stesso senso di appartenenza, dalla diffusione progressiva di un clima di sfiducia tra i popoli». In parte giustificato da una deriva burocratica eccessiva, da meccanismi di funzionamento complessi, una sorta di «mostro organizzativo» che nella consapevolezza di molti osservatori necessita di una profonda manutenzione. «Se pensiamo al Piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale - aggiunge Rocca - vediamo la messa in atto di una sorta di egemonia benevolente e non egoista. La stessa che servirebbe oggi all’Europa, che diversamente rischia di ricadere nella crisi europea del 1931. Grandi investimenti in infrastrutture sono una premessa necessaria per ripartire, perché quello che serve è un’Europa dei “ponti” e non delle barriere, un’Europa che punti sul know how, sul rafforzamento del suo capitale umano, sulla ricerca e sulle università. Ad ogni modo, anche a Bruxelles si rendono conto che occorre un deciso cambio di passo, perché oggi la macchina è in profonda difficoltà».

Sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo Rocca resta fondamentalmente ottimista, pur non negando le difficoltà del momento. «Oggi, se guardiamo al linguaggio del dibattito, aggressività e ricerca del nemico prevalgono sul ragionamento e sulla razionalità. Bisogna recuperare toni più distesi, anche nel rapporto fra politica e industria. Da considerare un partner, che quando investe, in realtà “sposa” anche un territorio e un intero Paese. Come facciamo noi in tutto il mondo, in Argentina, Messico o Brasile ma anche a Catania, dove stiamo costruendo un nuovo polo ospedaliero investendo 100 milioni. È un modo concreto per dire che ci crediamo». Linguaggio e toni da modificare anche nei confronti dell’Europa, «smettendo di utilizzarla come alibi, perché non è Bruxelles l’origine delle difficoltà italiane».

Scarsa produttività, ridotto numero di laureati, inefficienza della pubblica amministrazione e tassi di crescita sistematicamente inferiori alla media richiedono interventi diversi e un’alleanza interna che porti il Paese su un nuovo sentiero di sviluppo. «Ora vogliamo allo stesso tempo più welfare e meno tasse, in presenza di un debito elevatissimo. Ma pensare di risolvere i problemi con il deficit è illusorio: con sempre più pensionati e sempre meno giovani al lavoro non si fa altro che caricare nuovi oneri su questi ultimi. Che infatti, appena possono, vanno all’estero per “liberarsi” di questo zaino».

Dare la colpa a Bruxelles per un welfare che non si è più in grado di sostenere è dunque un errore, un modo per scaricare altrove la nostra incapacità di riformare il sistema. «Un alibi sostenibile nel breve termine - chiarisce Rocca - ma che nel lungo periodo non credo possa reggere, non può essere una scorciatoia per evitare di fare i nostri “compiti a casa”. È arrivato il momento di valorizzare i nostri tanti punti di forza e di correggere le nostre debolezze. Io però sono fiducioso in un atto di razionalità, nella capacità di vedere tutto il buono che anche grazie all’Europa abbiamo costruito, di apprezzare la relativa prosperità che abbiamo conquistato».

Certo, obiettivi non facili, a maggior ragione in mancanza di una leadership autorevole e carismatica in Europa, di guide che possano indicare la rotta e spostare l’asse delle priorità. «Questo è vero - aggiunge - e forse anche le prossime elezioni europee saranno uno shock. Siamo storicamente a un grande bivio e per quanto riguarda l’Italia è chiaro che rinunciare al sogno europeo sarebbe una condanna alla marginalità assoluta. Ma se riusciamo a superare questa fase di difficoltà, ad andare oltre la pars destruens, io credo che potremo rilanciare l’Europa. E gli stessi leader attuali, dovendo prendere decisioni in prima persona, forse potranno diventare costruttivi. Del resto ci sono molte forze vitali e positive in campo, e non parlo solo delle imprese ma anche di ampie parti della società civile, che comprendono l’importanza del sogno europeo». A comprenderlo sono senza dubbio i tanti giovani, provenienti da tutto il mondo, che affollano qui a Rozzano la Humanitas University, campus sulle scienze della vita inaugurato lo scorso autunno e che in fondo sintetizza la visione di Rocca. «Qui c’è la ricerca, qui i ragazzi si preparano al futuro, scambiano idee, incontrano opportunità. Se in Italia e in Europa proviamo a ragionare in questo modo, guardando avanti senza recriminare sul passato o combatterci, la sfida dello sviluppo possiamo senza dubbio vincerla».

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