Commenti

Una Unione più flessibile per guardare avanti

  • Abbonati
  • Accedi
Interventi

Una Unione più flessibile per guardare avanti

(Afp)
(Afp)

Due secoli fa, quando l’Italia era divisa in una miriade di Stati sovrani, uno sprezzante Klemens von Metternich disse: «L’Italia non è altro che un’espressione geografica». Oggi, a Pechino, Mosca, New Delhi e addirittura Washington c’è chi considera l’Europa allo stesso modo. Pur riconoscendo che la Ue è importante per gli accordi commerciali e le questioni monetarie, viene ritenuta troppo fragile per avere un ruolo da protagonista sullo scacchiere globale, e troppo divisa per le sfide legate a sicurezza e immigrazione. Dimostrare che chi la pensa così sbaglia è l’obiettivo su cui l’Europa deve concentrarsi.

I dibattiti di natura esistenziale sono vecchi quanto la Ue ma tanto sono estranei ai cittadini quanto sono familiari a un ristretto gruppo di “sgobboni” della politica, che ne sono ossessionati. Ignorare l’ultima crisi identitaria dell’Europa sarebbe un errore. Per sopravvivere in un mondo diverso, la Ue deve ridefinire le proprie finalità. Concepita per consolidare un’integrazione interna, ora deve misurarsi con minacce che arrivano da fuori. Destinata a essere paladina delle regole, ora è disarmata di fronte al nuovo gioco transazionale della geopolitica. Se un tempo gli Usa ne tutelavano la sicurezza, oggi Trump considera questa responsabilità un onere eccessivo. Infine, c’è il nodo dei migranti. E tutto accade in una fase in cui l’Unione è già divisa.

Le cicatrici lasciate dal divario post crisi del 2008 tra Paesi creditori e debitori sono ancora visibili, e un nuovo scontro contrappone i sostenitori della società aperta ai fautori della politica dell’identità. Problemi esterni inaspriscono le divisioni poiché l’atteggiamento verso l’immigrazione, la percezione delle minacce provenienti dall’estero e la volontà di ricorrere alla forza militare differiscono notevolmente.

Tradizionalmente, la Ue si è avvalsa di due tecniche per le divisioni interne. La prima consiste nel prendere tempo fingendo che tutti gli Stati, seppure non ugualmente pronti ad agire, condividano il fine di una «unione sempre più stretta». Questo approccio a più velocità ha fatto il suo tempo. La seconda tecnica è quella di trasferire una serie di competenze al livello europeo e di risolvere le differenze con il voto a maggioranza. Così è stato costruito il mercato unico e così è gestita la politica commerciale, malgrado atteggiamenti e interessi diversi tra loro. Tale processo, però, funziona solo finché i Paesi accettano di attenersi alla regola della maggioranza. Posizioni diverse su temi quali sicurezza, difesa o asilo non possono conciliarsi in questo modo. Un tentativo, in realtà, è stato fatto - sul fronte dei rifugiati - ma è fallito in quanto, pur avendo raggiunto una decisione sulla ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, non si è riusciti a metterla in pratica.

La prospettiva di un allargamento della Ue ai Balcani occidentali complica ulteriormente le cose. Questi Paesi hanno compiuto passi importanti per entrare in Europa e meritano di essere ricompensati. Il loro ingresso, però, renderebbe la Ue ancora più eterogenea.

Per tale ragione con alcuni colleghi del think tank Bruegel abbiamo sostenuto una revisione dell’architettura europea, proponendo una struttura formata da una base comune e da alcuni “club” a cui l’adesione sarebbe facoltativa dedicati alle aree politiche più importanti. La struttura di base comprenderebbe il mercato unico, l’unione doganale e istituzioni fondamentali a garantire la tutela dei consumatori, sostenere la concorrenza e gestire le politiche su ricerca, energia e clima, infrastrutture e quelle regionali. I pilastri istituzionali - Commissione, Consiglio, Parlamento e Corte di giustizia - farebbero parte di tale struttura, così come i principi fondanti della Ue: diritti umani, libertà, democrazia, uguaglianza e stato di diritto.

I “club” sarebbero efficaci perché i loro membri condividerebbero gli obiettivi. Uno raggrupperebbe euro, coordinamento fiscale, vigilanza bancaria e soluzione delle crisi finanziarie. Un altro le politiche d’asilo, la protezione delle frontiere e la cooperazione tra le forze di polizia e negli affari giudiziari. Un terzo potrebbe essere dedicato alla difesa e alla sicurezza esterna. Un quarto potrebbe riguardare ambiti politici comuni che sono allo stadio iniziale, come l’istruzione.

Per garantire che una struttura di questo genere si mantenga coesa, bisognerebbe introdurre alcune salvaguardie. I “club” dovrebbero essere coerenti e non à la carte. Poi, andrebbe preservata la coerenza istituzionale; dovrebbe esistere una sola Commissione europea (anche se ogni società avrebbe un suo segretariato), un Parlamento (anche se i suoi membri avrebbero la possibilità di riunirsi in base alla formazione delle diverse società), e una Corte di giustizia per l’Unione di base e le società. Inoltre, la partecipazione e il ritiro dalle società dovrebbe richiedere il superamento di ostacoli abbastanza grandi da garantire un’adesione stabile.

Un simile approccio non riuscirebbe a impedire la disgregazione della Ue o a promuovere l’allargamento a Paesi meno sviluppati. Tuttavia, una flessibilità integrata aiuterebbe a costruire partnership con vicini volenterosi. Una Unione più essenziale offrirebbe una base solida per partnership con Paesi amici che, pur non partecipando al mercato unico e alla libera circolazione delle persone, potrebbero essere coinvolti in accordi di cooperazione.

Infrangere dei tabù è rischioso? Certamente lo è, ma il rischio più grande è restare impantanati in strutture superate e cedere all’inerzia. L’Europa è un sogno più grande della casa che abbiamo costruito.

© Riproduzione riservata