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La patrimoniale? Resta un’idea inaccettabile

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il mercato

La patrimoniale? Resta un’idea inaccettabile

(AdobeStock)
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Quando il debito italiano va in crisi, puntuale giunge l’invito tedesco (il mese scorso a firma Bundesbank) a risolvere il problema con una patrimoniale o un prestito forzoso. Un invito che, di fatto, è una minaccia da non sottovalutare o ridicolizzare con un tweet. Dicono i tedeschi: le famiglie italiane hanno il debito (rispetto al Pil) più basso tra i Paesi sviluppati, mentre hanno attività finanziarie pari a 1,8 volte l’intero debito pubblico.

Senza contare la ricchezza immobiliare che è un multiplo di quella finanziaria. Ma solo una frazione di tanta ricchezza è investita nei nostri titoli di Stato perché - vedi il recente flop di Btp Italia - non solo gli stranieri pensano che il debito pubblico rischia di diventare insostenibile. Dunque, se il risparmiatore italiano non compra i Btp volontariamente lo si può obbligare a farlo, con una patrimoniale o un prestito forzoso.

Una proposta inaccettabile perché avrebbe un effetto depressivo devastante, non eliminerebbe la vera causa dell’insostenibilità del debito (bassa crescita per via di produttività stagnante) e, soprattutto, equivarrebbe a un default che grava interamente sugli italiani, senza perdite per i detentori esteri. L’interesse dei tedeschi è chiaro.

Nessun governo dovrebbe prendere in considerazione una patrimoniale, ma potrebbe essere costretto a farlo. E qui sta il rischio. Lo spread elevato ha effetti recessivi, via il canale del credito bancario, e aumenta l’onere del debito pubblico. Però, di per sé, non è causa di default ma ne misura il rischio. In altre parole, lo spread è il valore di mercato dello stock di debito esistente: più è alto, minore il valore. Un default avviene invece quando il debitore non riesce a rifinanziare il debito a scadenza o a emettere nuovo debito per far fronte ai pagamenti. Per lo Stato italiano il rischio è che qualche asta vada deserta. Nel primo trimestre 2019 ci sono 64 miliardi di Btp da rimborsare e cedole da pagare (89 con i BOT), concentrati tra febbraio e marzo; per cui si prevede che il Tesoro dovrà concentrare a gennaio, mese critico, le nuove emissioni (40 miliardi stimati) per finanziare la spesa. In un momento in cui gli investitori esteri scappano, gli italiani latitano, le banche sono già troppo esposte e termina il Qe della Bce, comprensibilmente il mercato pensa che questo rischio non sia irreale.

In un tale frangente, le opzioni di un Governo sarebbero limitatissime. Potrebbe chiedere l’intervento straordinario della Bce, che imporrebbe condizioni tra le quali è facile immaginare qualche forma di patrimoniale. Lo stesso accadrebbe con qualsiasi programma negoziato con l’Europa. Se anche, per evitare la condizionalità, si optasse per il default, si dovrebbe comunque avviare un lungo negoziato per la ristrutturazione del debito pubblico: alcuni creditori - come Bce - non accetterebbero di subire perdite, rendendo così la ristrutturazione maggiormente onerosa per l’Italia, come accaduto alla Grecia. Minacciare l’uscita dall’euro per evitare condizionalità e patrimoniali è un’arma spuntata: in sintesi, richiederebbe una modifica della Costituzione e una lunga trattativa con l’Europa dove potremmo solo avere la peggio, come insegna la Brexit. Spero che i nostri sovranisti l’abbiano capito.

Se il Governo non cambia registro rapidamente, lasciando perdere le spacconate che servono solo a danneggiarci agli occhi dei governi europei con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo trattare seriamente, rischiamo di andare a sbattere contro un muro anche prima delle elezioni europee. E allora la patrimoniale, che direttamente o indirettamente toccherebbe tutti, non sarebbe più una mera ipotesi.

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