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Biella, il polo rilanciato dalla comunità

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Biella, il polo rilanciato dalla comunità

Un’azienda laniera abbandonata, Biella (Marka)
Un’azienda laniera abbandonata, Biella (Marka)

La vicenda di Biella, cerniera tra l’alta pianura (qui detta “baraggia”) e le vallate alpine, va studiata per quanto può dirci sulle radici e sul presente del Paese. Per coglierne la portata esemplare occorre sbrogliare la matassa degli eventi che ne hanno segnato la storia, in cui sono riconoscibili cinque ondate.

La produzione laniera in Italia, agli albori del XIX secolo, era dispersa nei telai a domicilio e nelle piccole manifatture. A introdurre le macchine, primo in Italia, fu Pietro Sella, seguito dai concittadini i cui nomi divennero icone del made in Italy. Nella «piccola Manchester» (Cavour), non nacque solo la moderna industria tessile, ma anche il capitalismo di comunità. Trasformare una popolazione che viveva del binomio terra-telaio in salariati non fu un pranzo di gala. Seguirono lotte sociali e organizzazione operaia e mutualistica, ma anche grandi storie di filantropia, le opere sociali, la panoramica Zegna voluta da Ermenegildo. Fabbriche nel territorio e nelle comunità, non solo molecole di capitale. A pochi chilometri, più tardi, prese le mosse la vicenda di impresa, cultura, comunità degli Olivetti; la cultura del “buon padre” dei biellesi evolveva in una moderna leva di democrazia economica, ma la radice era comune.

La seconda onda fu il fordismo. Il tessile, nel 1971, contava 1.800 aziende e 40mila addetti, di cui molti giunti dal Veneto e dal Sud. Cittadina opulenta Biella era l’altra faccia dell’industrialismo, accanto al fordismo duro di Valletta e a quello dolce di Olivetti. Un tessile raffinato che ancora nel 2001 dava lavoro a 26mila persone.

Poi venne la desertificazione, ben prima del 2008, con lo smembramento delle vecchie geografie del lavoro spinte dalla globalizzazione. Una moria di aziende e 13mila occupati in meno tra il 2001 e il 2017. I lasciti della crisi sono ancora visibili, negli espulsi dall’industria, nella demografia: il 43% della popolazione qui percepisce una pensione, contro il 29% della media italiana.

La quinta onda, quella dei giorni nostri, vede la risalita di Biella, con un’industria del tutto rinnovata nella concezione, nella tecnologia, nell’immagine. Un’industria “verticale”, anche se non mancano i piccoli campioni, capace di spostarsi sui tessuti tecnici e l’abbigliamento sportivo, che incorpora nei processi valore digitale e sostenibilità. Per fatturato il tessile biellese cresce molto più di quello italiano e per export si appresta a superare Prato, sola provincia che tuttora la precede.

Se oggi si può sussurrare che il peggio è alle spalle è grazie a una quarta onda, quella sociale. Tra il deserto e la risalita, si sono messe di mezzo la società e la politica locale. Il budget per il welfare non è mai stato tagliato e grazie alle sue imprese sociali – quattro rientrano tra le prime dieci aziende per numero di dipendenti – al tessuto diffuso di associazioni e fondazioni, Biella può definirsi un “distretto del benessere” in nuce. E sul territorio crescono i nuovi corpi intermedi, filamenti di una nuova rappresentanza territoriale, che portano in dotazione le reti della conoscenza, le relazioni con il mondo, il patrimonio accumulato dalla comunità.

Si chiamano Città Studi, università ma anche corsi tecnici finanziati dalle imprese, Its Tam (Tessile abbigliamento moda), sede di percorsi formativi con quote di occupati post diploma del 95%; Sella Lab, incubatore nel vecchio lanificio creato dalla banca (presente anche a Milano, Salerno e Lecce), con più servizi per le Pmi locali che venture capital, a innovare il mondo di fare banca di territorio; Fondazione Pistoletto-Cittàdellarte, poliedrico hub culturale che intreccia arti, impegno sociale, innovazione.

Alla nuova operosità si affianca una forte comunità di cura che ha nella Fondazione CR Biella un supporto immancabile, nell’associazione Tessile Salute una realtà che ha accompagnato la modernizzazione delle imprese partendo dalla salute dei lavoratori. Tiene anche il territorio dei piccoli comuni accompagnato dall’azione di supporto all’aggregazione di Uncem. Tutte pratiche affluenti che legano i giorni nostri al capitalismo di comunità da cui siamo partiti, una matassa il cui bandolo, forse, è nel secondo termine: comunità come operosità e come cura, capace di rappresentare e rappresentarsi come antidoto alle derive di sfiducia e rancore.

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