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Il populismo del Sud America favorisce Trump

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povertà, corruzione, migranti

Il populismo del Sud America favorisce Trump

(Reuters)
(Reuters)

Il Noi contro di loro, analizzato nel suo ultimo libro (Università Bocconi Editore, 2018) dal politologo Ian Bremmer, è anche l’assunto con cui il presidente Donald Trump ha deciso di bloccare la carovana di disperati in marcia dal Centro America verso gli Stati Uniti per chiedervi asilo.

Tuttavia Trump, agitando le paure della gente comune, ha occultato il fatto che quella massa, oltre a cercare opportunità economiche - come ha scritto il Wall Street Journal- in molti casi sta fuggendo da una violenza così brutale e diffusa che essi sentono di non avere altra scelta che riparare negli Usa. Infatti, sebbene l’America Latina abbia solo l’8% della popolazione mondiale, in complesso conta un numero di uccisioni pari a un terzo di quelle mondiali. In particolare Honduras ed El Salvador, da cui proviene il grosso della carovana, sono Paesi tenuti in ostaggio da gang di criminali dove non solo le aree di povertà sono estese ma, secondo l’Overseas Security Advisory Council, si registrano fra i più alti tassi di omicidi al mondo, perlopiù impuniti.

Malgrado questo scenario, Trump è stato il primo presidente americano a snobbare, in aprile, il Summit triennale delle Americhe dedicato quest’anno alla “Governance democratica contro la corruzione”. Questo fenomeno è dilagante e ha gettato discredito sui governi sudamericani scatenando la reazione degli elettori contro l’establishment e un sistema “manipolato”. E ciò, anche se gli Usa sostengono da tempo gli sforzi di responsabilità in atto in alcuni Paesi della regione come in Guatemala.

La linea dura di Trump sull’immigrazione all’inizio della sua presidenza offese i latino americani. Il ritiro degli Usa dal Tpp accelerò poi il declino dell’influenza economica di Washington nella regione a vantaggio della Cina, affamata di risorse naturali e già allora presente come primo partner commerciale di Argentina, Brasile, Cile e Perù. Ma adesso il clima è cambiato: corruzione, crisi migratoria e povertà sono fenomeni sempre più diffusi e, perciò, sempre meno tollerati dalla gente. Così il trumpismo è arrivato in Brasile, una nazione travolta da una spirale di violenza crescente e dalla peggiore recessione della sua storia che in tre anni, dal 2014 al 2017, ne ha contratto l’economia del 10%.

Il neoeletto presidente Jair Bolsonaro, a differenza dei suoi predecessori, ha dichiarato, infatti, che intende seguire l’agenda di Trump tanto negli organismi internazionali come l’Onu, quanto schierandosi con Washington contro il Venezuela di Nicolás Maduro. Egli si propone anche di valutare la possibilità di entrare nella Nato come partner globale seguendo l’esempio della Colombia. Inoltre Bolsonaro ha promesso di contrastare con decisione la penetrazione di Pechino nel suo Paese nonché di ridurne la partecipazione al gruppo dei Brics che insidiano il potere e l’ordine globale secondo Washington.

Di fatto l’America Latina è oggi di fronte a una crisi dei rifugiati non dissimile da quella che ha investito l’Europa. Dal 2015, ben 2,6 milioni di venezuelani in fuga dal regime di Nicolás Maduro, ossia il grosso dei rifugiati, si sono riversati nei Paesi vicini quali Brasile, Cile, Colombia e Perù. Considerato che il Subcontinente è per cultura, lingua, religione, usanze molto integrato, che cosa sta alimentando la xenofobia contro i venezuelani in Brasile? O contro i peruviani, paraguayani, boliviani in Argentina, Paese che conta ormai il 26% di poveri e che ha contribuito a inventare il populismo giustizialista con Juan Domingo Perón nel secondo dopoguerra? È la paura. L’ansia che i nuovi arrivati minaccino le soventi già precarie condizioni di vita dei locali, il lavoro, la sicurezza, l’identità nazionale.

Yascha Mounk, il politologo autore di Popolo vs. democrazia, ha affermato che i brasiliani così propensi a un governo che favorisce i militari soffrono della stessa amnesia generazionale, ossia la cancellazione del ricordo delle dittature militari latino-americane degli anni 70 e 80, che ha permesso ad analoghe forme estreme della destra nazionalista di prosperare in Europa. Ma Mounk sembra non considerare che il passato può servire da lezione soltanto se si hanno il tempo, lo spazio e gli strumenti per comprenderlo. Altrimenti prevalgono le reazioni emotive all’hic et nunc declinato dalle ansie e dal bisogno di protezione da parte di uno Stato che i cittadini giudicano non più in grado di difenderli: in Sud America come in Europa e negli Usa.

Corruzione, crisi migratoria, povertà hanno impresso una svolta conservatrice o di natura populista in Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Perù e Paraguay che sta cambiando anche gli orientamenti in politica estera dell’America Latina. E ciò, mentre le continue frizioni allargano le distanze fra Washington e gli alleati europei, naturalmente è una sorta di manna per Trump.

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