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Gli abbagli della finanza e la miopia Fed

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Commento|falchi & colombe

Gli abbagli della finanza e la miopia Fed

Può un ubriaco essere guidato da un cieco? È quello che rischia di accadere fra la Federal reserve americana e i mercati finanziari.

Da un lato mercati finanziari mai sazi di liquidità continuano a chiedere politiche monetarie espansive. Dall’altro lato la maggiore banca centrale del mondo - la Federal reserve (Fed) - continua nel suo cammino del gambero in termini di trasparenza e credibilità. Entrambi i comportamenti seguono la logica opportunistica dei rispettivi protagonisti, senza alcuna cura per i rischi che si stanno accumulando sull’economia reale.

I mercati finanziari continuano ad amare la liquidità. È nella loro natura: a parità di altre condizioni, quello che conta è il brevissimo periodo e l’eccesso di liquidità è una condizione gradita dagli operatori, visto che agevola gli scambi. Basta conoscere la storia per evidenziare come gli stessi eventi - anche traumatici, come una profonda recessione - possano alla fine provocare effetti opposti sui mercati finanziari a seconda di quale sia stata la politica monetaria adottata. L’esempio probabilmente più eclatante è la differenza tra la Grande depressione del 1929 e la Grande crisi del 2008. Nel primo caso il crollo dei mercati finanziari durò per almeno i sei anni seguenti all’inizio della crisi; nel secondo caso - dopo una immediata caduta, anche più profonda di quella registrata nel 1929 - i mercati azionari hanno continuato a crescere almeno fino a oggi, quindi per quasi dieci anni.

Una differenza cruciale è stata rappresentata proprio dalla politica monetaria. Negli anni 20 l’azione delle banche centrali - soprattutto se valutata in termini reali, cioè tenendo conto della sistematica e forte deflazione che allora si realizzò - fu fortemente restrittiva, coltivando l’obiettivo (l’illusione?) - di mantenere stabile il rapporto con l’àncora monetaria allora rappresentata dall’oro. La Grande crisi del 2008 è stata invece affrontata dalle banche centrali - Fed in testa - con una politica monetaria i cui tratti espansivi sono stati assolutamente straordinari, sia in termini di dimensione degli interventi che di assunzione di rischio, tenendo conto dei titoli che le banche centrali hanno finito di utilizzare: a parità di emittente pubblico, l’orizzonte temporale si è allungato; inoltre sono stati acquisitati anche titoli emessi da operatori privati. L’emergenza lo richiedeva. L’effetto sul rischio è aumentato: l’eccesso di liquidità implica due rischi latenti: il rischio inflazione e il rischio bolla. Ma ai mercati finanziari - miopi per definizione - di tali rischi non importa un bel nulla.

Un esempio recente e concreto? Nel suo ultimo intervento pubblico, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha sottolineato come quello che qui chiamiamo un possibile rischio bolla - Powell non è così esplicito - si è accentuato negli Stati Uniti. Eppure tale richiamo è stato completamente ignorato da analisti e media, rispetto a una - presunta - informazione sulle prossime scelte della Fed in termini di tassi di interesse. Powell in realtà non ha detto sostanzialmente nulla di nuovo; eppure i cosiddetti central banker watcher - la cui profondità di analisi ricorda sovente più quella dei guardoni dal buco della serratura che le metodologie della ricerca economica - si sono esercitati nelle previsioni più disparate circa la futura strategia di politica monetaria.

Invece è vero l’esatto contrario: la condotta della Fed continua a peggiorare in termini di trasparenza, e quindi di credibilità. Condizione necessaria perché la politica monetaria sia efficace è che la banca centrale sia credibile; a sua volta la credibilità dipende da quanto il banchiere centrale è nel contempo trasparente e indipendente. La trasparenza della Fed non è mai stata eccelsa, ma la banca centrale americana non migliora; anzi.

Esistono alcuni requisiti minimi; taluni sono addirittura codificati. Prendiamo, ad esempio, i princìpi dell’Fmi. Una banca centrale, se esistono più obiettivi - come è il caso della Fed - deve dare un peso maggiore alla stabilità monetaria, definito relativamente con un numero; ma questo per la Fed non è possibile, visto che l’altro obiettivo - l’occupazione - non è esplicitato. Ancora: la funzione di reazione della banca centrale - che lega gli obiettivi con gli strumenti - deve possedere due proprietà: deve essere da un lato mappata, dall’altra annunziata. Il comportamento della Fed non ha nessuno dei due requisiti. La mappatura non è possibile, mancando informazioni essenziali, come è quella del cosiddetto tasso neutrale, indispensabile per identificare il tenore della politica monetaria. Ma la Fed non assume neanche alcun impegno istituzionale per il futuro, visto che si limita a pubblicare le previsioni anonime dei suoi singoli membri.

L’opacità della Federal reserve è assolutamente razionale dal suo opportunistico punto di vista: l’assenza di impegni consente in ogni momento di smussare gli spigoli, sia con la politica che con Wall Street. Soprattutto con un inquilino della Casa Bianca così tracimante come l’attuale presidente Trump. Per cui mercati finanziari ossessionati dalla liquidità finiscono per essere guidati da una banca centrale miope. Allegria.

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